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25- Una camera e cucina – al limite delle possibilità umane

2 camere e cucina - parigi

Quindi, a un certo punto, siamo andate a Parigi per pensare al nuovo film. Fonzie come le vere rockstar in pensione, a bere vino nei bistrot chiacchierando con le vecchie glorie locale, io ufficialmente in veste di producer. In realtà mi sono portata appresso un bagaglio di obiettivi non dichiarati trasudanti velleità di scrittura, romanticismo d’occasione e visite a luoghi di culto.

Ero già lì che mi portavo sfiga da sola pensando a come sopravvivere a questa vacanza forzata. 24 ore su 24 attaccate, per 10 giorni. Nella vita vera non succede mai. Primo, perché nella vita normale a un certo punto ognuno va al lavoro e amore mio fammi sapere se torni per cena che sono rimasti solo due sofficini.

Secondo, perché dopo i 18 anni le vacanze di dieci giorni sono un’utopia. Quindi nonostante avessimo brillantemente superato la prova campeggio, il mio bagaglio di obiettivi velleitari era appesantito da una massa di ansia di dimensioni e forme non classificabili, ma certamente maggiori rispetto al consueto.Infatti poi siamo arrivate alla résidence, e ne ho avuto la conferma:

Ci odieremo. Ci scanneremo. Ci lasceremo.

Passerò Capodanno da sola a una di quelle orribili feste per single in cui finisci nei bagni con l’etero curiosa di turno che decide di attirare l’attenzione del suo uomo pomiciandosi una ragazza.

Infatti.

Lo “studio” a nostra disposizione, nel centralissimo frocissimo trendissimo quartiere Marais (in pratica: il Pignetò. E non aggiungo altro) è un monolocale di 24 metri quadri, cucina e bagno inclusi. In sostanza: una camera e cucina. Ci dicono che è un gran lusso, e che molti qui sopravvivono in 15 metri quadri, alcuni anche in 9.

Comincio a fare varie ipotesi sul perché Parigi sia piena di sexy shop e farmacie. Perché o sei sotto sedativi oppure devi amarla proprio tanto, la persona che divide con te uno spazio grande quanto il bagno di una famiglia media italiana. Tuttavia, nonostante durante lo stretching mattutino riesca ad accendere la macchinetta del caffè con l’alluce e ad aprire la doccia con la mano sinistra, il fascino di Parigi (complice l’efficienza della metro) è tale che medito di trasferirmi  per sempre (certo, “per sempre” se la mia vita dovesse durare 27 anni, ma non stiamo a sottilizzare) e per evitare di finire a chiedere l’elemosina fuori al Carrefour, faccio il terzo grado a chi conosce Parigi come le sue tasche. A chi è nato e cresciuto qui, sbuffa ogni due parole, cammina ad una velocità inaudita e ogni volta che sorride mi apre il cuore, Aaron.

Io e Aaron siamo amici da una vita, ma non ci vediamo da quattro anni. La sua passione di bambino l’ha portato in cima al mondo per studiare la biologia marina. Non c’è mare dell’emisfero australe che gli sia sconosciuto, perciò quando mi dice che sta arrivando a Parigi mi sembra un miracolo. Decidiamo di vederci subito e di brindare al suo rientro. Dopo un incontro degno di One day andiamo a sederci in un bistrot e gli dico che arriverà anche Fonzie, che lui non conosce.  Prima che arrivi, glie la presento così:

“E’ uguale a te, ma femmina. Stessi capelli, stessi occhi. Le dico sempre che mi sono innamorata di lei perché sembra ebrea.”

“Ah, quindi ha anche questo come me?” chiede toccandosi la leggera gobba del naso.

“Ovvio.”

“Poverina” risponde ridendo.

“E’ bellissima!” puntualizzo.

Mentre parlo con Aaron mi rendo conto di quanto sono felice di vederlo in carne e ossa, di quanto sia bello avere un amico con cui ridere e parlare come se non fosse passato un solo giorno e di come sia una parte importante della mia vita, della mia infanzia. E lì mi rendo conto che l’appartamento parigino più piccolo da condividere con Fonzie non è lo studiò di 24 metri quadri, ma Aaron. Perché per quanto piccole siano le case in cui andiamo a convivere, c’è sempre una stanza segreta in ognuno di noi, quella che facciamo più fatica ad aprire e a condividere: gli affetti più profondi.

Nonostante il desiderio di creare one big happy family ho sempre paura di presentare tra loro le persone a cui voglio veramente bene. Ho il terrore che non si piacciano, e non potrei mai accettare che due persone che amo non si amino a loro volta.

Fonzie finalmente arriva, come una visione, il volto incorniciato dal cappuccio. Si siede accanto ad Aaron e si fa rollare un drummino in scioltezza esibendo un francese da viaggiatrice d’altri tempi. Orgogliosa, sto zitta e come un entomologo li guardo socializzare. Osservo i loro volti accostati e li metto a confronto centimetro per centimetro. Forse non sono poi così simili come mi ricordavo, ma si piacciono.

Fonzie sembra ben contenta di ascoltare qualcuno che non parla di cinema, Aaron è un fiume in piena, visto che ha passato gli ultimi tempi ad osservare pesci (che come è noto non sono molto loquaci). Scoprono di avere persino qualche interesse in comune e siccome io sono completamente chiusa nel mio autismo si preoccupano persino di organizzare attività ricreative per la giornata seguente.

Ci salutiamo ad una fermata della metro abbracciandoci e baciandoci sulle guance fredde, con la promessa di non metterci di nuovo quattro anni ad incontrarci. Aaron prende il treno nella direzione opposta alla nostra e ci saluta attraverso il vetro mentre i nostri vagoni si allontanano. Io e Fonzie siamo di nuovo da sole. Sono ansiosa di sapere il verdetto, ma non ho il coraggio di chiederle espressamente cosa ne pensa di Aaron.

E non so perché, ma quando arriviamo a casa, quei ventiquattro metri quadri non mi sembrano più così pochi.

Illustrazione di Ghila Valabrega

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Chiara Sfregola

Nata in Puglia nel 1987, vive e lavora a Roma.
Oltre a “Camera Single”, ha scritto per Lezpop la rubrica “Due camere e cucina”.
Potete scriverle all’indirizzo [email protected]

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