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Cara Repubblica, i diritti non sono un prodotto commerciale: se è un flop, lo ritiriamo dal mercato

Solo 2800 unioni civili in un anno. Per la Repubblica è un “flop”. Forse è vero. Del resto, dopo 10 anni di relazione, 8 di convivenza e un mutuo insieme, ci siamo lasciate. Proprio il giorno dell’approvazione definitiva della legge Cirinnà. 11 maggio 2016. Per essere precisi, in quel giorno abbiamo iniziato a mettere in discussione il nostro rapporto. Che è naufragato due settimane dopo.

Effetto unioni civili? Non credo: vi assicuro che un mutuo a 25 anni è molto più impegnativo di qualsiasi altro pezzo di carta possiate mai firmare. Semplicemente la vita è andata da un’altra parte. Ed è buffo: manifestazioni, pride, migliaia e migliaia di parole urlate, scritte, e ancora urlate, affinché in Italia anche due donne potessero sentirsi “coppia”, poi tutto finisce in un banale «non ti amo più». Un po’ come arrivare a pochi metri dal traguardo ed inciampare rompendosi una gamba.

Ma il traguardo è l’unione civile fine a se stessa (già che ci siamo sposiamoci), oppure mettere tutto nero su bianco serve a tutelare la cosa più preziosa che abbiamo, cioè l’amore? Ecco. Allora, meglio lasciarsi il giorno dell’approvazione della Cirinnà che finire con l’anello al dito e una storia che non va più da nessuna parte.

Ora che sono single, però, non ho mica smesso di battermi per la piena eguaglianza tra coppie gay e coppie etero. Non sarà la fine di una storia, di sicuro la più importante avuta finora, a farmi smettere di lottare. 

Se sono scesa in piazza, e continuerò a farlo, è per un diritto, non perché sogno l’abito bianco. Nella vita di qualsiasi persona il matrimonio rappresenta una possibilità, non un obbligo. Quanti etero convivono, hanno figli senza essere sposati? Quanti etero sono single, divorziati, vedovi o scapestrati incalliti? Qualcuno pensa di mettere in discussione i loro diritti in base al numero di matrimoni che vengono contratti ogni anno? Mi pare proprio di no.

E allora, cara la mia Repubblica (che una volta eri un quotidiano di riferimento, ora sembri un maglione di cachemire infeltrito) i diritti non sono un prodotto commerciale: se è un flop, lo ritiriamo dal mercato. I diritti sono qualcosa di molto più nobile e necessario: una possibilità che rappresenta un’uguaglianza – anche se in Italia è un po’ meno uguale. Se voglio, posso sposarmi. Se non voglio, saluti e baci. 

Ad ogni modo, cara la mia Repubblica, riparliamone quando arriveranno i primi divorzi civili. Ovvero, quando anche noi avremo il diritto ad essere imperfetti.

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7 thoughts on “Cara Repubblica, i diritti non sono un prodotto commerciale: se è un flop, lo ritiriamo dal mercato”

  1. Onesta, chiara, diretta e ispiratrice come sempre…
    Le fan ringraziano anche se col magone perché ti vogliamo bene
    #lezpoppers#teamMile#seilanostraraffa#milestyleforever

    1. Car* M.F.C., di solito faccio difficoltà ad accettare i complimenti… figurati un #TeamMile! Ecco, mi sono commossa. Grazie di cuore <3

  2. Quando lottavamo per il riconoscimento delle unioni civili, io personalmente stavo appena superando la rottura del mio rapporto dopo otto anni di convivenza. Ma io, e sono sicura anche la mia ex, non pensavamo a noi. Anche se fossimo rimaste insieme non ci saremmo mai sposate. Lei non è il tipo e forse neanche io. Però l’importante era arrivarci per tutte e tutti. Per quelli che l’avrebbero utilizzata e per quelli non ci pensavano nemmeno. Perché quello che conta è averla una scelta, per poterla poi fare o meno.

  3. In verità sabato prossimo a 10 anni dal nostro primo si ci uniremo civilmente sono mesi che ci prepariamo perché per quanto incompleta la legge Corinna è una legge …. magari fra qualche anno che sposeremo perché finalmente lo stato italiano avrà capito quello di cui veramente abbiamo bisogno … fino ad allora ci vedremo in piazza …

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