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Il Carlino pensa. Perché l’eutanasia per cani sì e per umani no?

Rieccomi con la rubrica Il Carlino pensa, ovvero il mondo visto attraverso gli occhi del mio cane. Ebbene, Ripley non è il primo animale domestico che ho: sono cresciuta in campagna insieme a cani, gatti, galline (animali cattivissime, sappiatelo) e bestie varie. Da piccola quando ero triste andavo da Lupo – un Rottweiler buonissimo – giocavo con lui e tutto passava. 

Attorno ai 25 anni portai a casa due trovatelli: Ernesto e Fidel. Manco a farlo a posta, Ernesto morì giovane. Erano entrambi malati di Leishmaniosi, una malattia causata dal morso di una zanzara. Fidel resistette, Ernesto no. A soli 3 anni, dopo mesi passati a fare l’impossibile per curarlo, il veterinario mi disse che non c’era più speranza. Non vi sto a raccontare la sofferenza. Chi ama gli animali sa benissimo che, qualsiasi bestiolina viva con noi, è un pezzo di famiglia. 

Il punto però è un altro. Di fronte alla proposta di praticare l’eutanasia al cane nessuno fiatò. È legale. Perché quando non c’è più niente da fare, inutile accanirsi con cure e medicine che diventano un calvario per animali e padroni. Giustissimo.

Da allora un dubbio attanaglia i miei pensieri: perché quando invece si parla di eutanasia per gli umani si solleva un gran polverone?

La risposta, ahimè, è da ricondurre ancora una volta a una interpretazione “utilitaristica” della religione cattolica. Secondo la visione del mondo dettata dalla Chiesa, gli animali non sono dotati di anima – quindi niente Paradiso, e forse nemmeno la resurrezione nel giorno del giudizio.

Mentre scrivevo la tesi di laurea, scoprii che nel 1500 in Europa ci fu un accesissimo dibattito sugli indios brasiliani: erano umani o bestie? Sì, perché gli indigeni con cui vennero a contatto i portoghesi andavano in giro nudi, in alcuni casi praticavano l’antropofagia, e non avevano né società né religioni strutturate. Erano talmente “primitivi” da poter essere considerati bestie. E in quel caso era impossibile convertirli al cristianesimo. Non si può “evangelizzare” un essere che non ha l’anima. Il dibattito durò a lungo, e solo nel 1555 la Chiesa decise che gli indios erano umani com noi. Da lì in poi sappiamo più o meno tutti com’è andata a finire.

Per questo stesso principio nessuno mette in discussione l’eutanasia nei confronti delle bestie: non hanno l’anima. E non solo: secondo la visione cattolica, l’uomo è in cima alla piramide evolutiva, mentre tutte le creature del pianeta sono a sua disposizione. Da pochissimo e con una timidezza davvero imbarazzante la Chiesa ha condannato la vivisezione. 

Ora, senza volermi addentrare in territori che non mi competono – teologia, filosofia morale e teorie antispeciste – mi sembra abbastanza ovvio che questo ragionamento sia tanto presuntuoso (siamo sicuri di essere così superiori alle altre creature?), quanto assurdo. L’anima, come la chiamano i cattolici, non è un discrimine sufficiente per dire: “beh, a un cane pratichiamo l’eutanasia e chissenefrega, a un umano, orrore!”. La stessa cosa vale per l’aborto. A quanti cani e gatti viene praticato? E la sterilizzazione? Giusta, sacrosanta. Ma non mi sembra che ci sia stato un solo prelato, o fanatico cattolico, che abbia urlato “assassini” ai veterinari.

Tornando all’eutanasia, ci tengo a sottolineare che il mio cane Ernesto non ebbe alcuna possibilità di decidere. Fui io a decidere per lui, sotto consiglio del veterinario. E allora ditemi, è così grave se un uomo capace di intendere e volere sceglie di porre fine alle proprie sofferenze?

Dj Fabo è stato costretto ad andare in Svizzera, dove l’eutanasia è legale, perché in Italia i nostri politici sono assediati da dubbi etici che dubbi etici non sono, ma solo pressioni di una Chiesa arretrata e, diciamolo pure, irrispettosa della via. Sì, perché con tutte le sacrosante differenze, vita era quella di Fabiano Antoniani e vita era quella del mio cane. Qualcuno potrebbe obiettare: ma paragoni un essere umano a un cane? No, non è una questione di paragoni, ma di ipocrisia (ricordate Berlusconi quando disse che Eulana Englaro era viva perché poteva ancora avere figli?).

Il giorno in cui si leveranno dal Vaticano voci contro la sterilizzazione o l’aborto, l’eutanasia anche per gli animali, beh, io continuerò a non essere d’accordo con loro. Dall’altra parte del Tevere continueranno ad essere dei pazzi furiosi, ma nella loro follia almeno saranno coerenti.

Ora, però, vorrei solo un po’ di sano rispetto nei confronti di chi decide di porre fine a una vita che vita non è. E ha tutto il diritto di farlo. Perché non è l’anima, come direbbero i cattolici, o la coscienza, come direbbe qualcun altro, a fare la differenza tra un cane e un essere umano. Per questo poter dire stop alle telefonate, quando vivere diventa un inferno in terra, è un sacrosanto diritto che lo Stato deve garantire a tutti.

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La Mile

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