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Io e le mie sentinelle. Continueremo a lottare per le persone che amiamo

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“Amore, ma non puoi farmi questo… è come comprarmi la Nutella e poi non lasciarmela mangiare!”
“È come fartela vedere e dirti che non è ancora il momento di gustartela.”
“Stiamo sempre parlando della Nutella, vero?

A me e Ila piace ridere. Da quando stiamo insieme i giorni in cui non abbiamo riso insieme nemmeno una volta si contano sulle dita di una mano, e penso di stare già esagerando. Ridiamo un sacco insieme. Ridiamo quando impieghiamo un’ora per cucinare una torta salata che poi dimentichiamo nel forno, e quando scrostiamo la parte bruciata perché in bolletta come siamo il cibo non si butta. Ridiamo quando Ash si attacca alle tende di casa e non abbiamo mai sotto mano il cellulare per filmarlo e montare un video con la colonna sonora di Indiana Jones, Ridiamo a crepapelle dei nostri capelli appena sveglie, delle volte in cui mi metto addosso il catalogo di Intimissimi e poi sotto ho i calzini di spugna, di quando lei ha provato a camminare sui miri tacchi e sembrava un T-Rex con la labirintite. Ridiamo. Sempre.

Anche oggi, in un giorno così, abbiamo trovato il tempo e la voglia di ridere. Scrivo nel giorno in cui tutti noi abbiamo pensato, almeno per cinque minuti, che lottare non avesse più senso. E non ho quasi voglia di farlo. Quante volte, in questi mesi, mi avete sentita dire che l’importante era alzare la testa, sempre, ogni giorno? Oggi ho le ossa rotte e per la prima volta mi sono sentita come se la mia schiena fosse stata spezzata per sempre. Ho riguardato foto, video, ricordi delle mie manifestazioni, delle mie battaglie, e tutto il senso di questo cammino mi è parso solo una bella favola.

“Andiamo via, amore. Ti prego. Andiamo via da questo Paese in cui non avremo mai futuro”. Ho detto così a Ila, tra le lacrime, dopo essermi presa lo schiaffo in faccia più grande di tutti. Le ho detto così dopo che, a cena coi miei, ho visto mio padre sorridere di soddisfazione alla notizia del “Canguro” che non sarebbe stato votato. Non ha fatto altro. Nessun commento, neanche un colpo di tosse. Solo un piccolo sorriso, e nemmeno il più piccolo sforzo di nasconderlo.

Che combattente sono? Come posso dire a chiunque di andare avanti, che è importante andare avanti, che bisogna avere forza, grinta, speranza, se non sono nemmeno riuscita, in tutto questo tempo, ad evitare che mio padre sorridesse di fronte all’ennesima umiliazione subita da sua figlia, nella sua persona, nel suo amore, nei suoi sogni? Che esempio posso essere per chiunque, se io per prima non riesco neanche ad avere accanto a me le persone che più di tutte dovrebbero amarmi e proteggermi dalle pugnalate della vita?

“Amore, non ce la faccio più”. Ho detto anche questo, a Ila, tra le lacrime. E lo credevo davvero, che non ce l’avrei fatta più. Ero pronta, totalmente pronta ad abbandonare il campo, la parrucca, gli striscioni. Ad affrontare il domani con lo sguardo pieno di quel senso di sconfitta di chi non sarà mai uguale agli altri, e lo sa. Quando la pretesa della coerenza verso un principio pesa più di quella verso migliaia di persone, di famiglie, di vite. Pesa migliaia di triangoli rosa.

“Ila, io ti amo tantissimo”. Sapete, io a Ila dico ti amo un’infinità di volte. E ogni volta che glielo dico sento il cuore che accelera. Avete presente quei “ti amo” che significano “ciao”, che si piazzano così, per caso quasi, quando riattacchi il telefono e stai già pensando a cosa fare dopo? Ecco, io non gliene ho detto mai nemmeno uno. E ci ho pensato per settimane, mesi, prima di dirglielo la prima volta, perché mi sembrava sempre troppo presto, troppo bello, troppo spaventoso. Perché di fatto la amo da sempre. È come se quel primo “ti amo” così trattenuto fosse diventato tanto grande da non poter essere detto tutto in una volta, e gli fosse quindi toccato trasformarsi in infiniti piccoli, sussurrati, “ti amo” che mi esplodono dentro nei momenti più impensati. E che io lascio qua e là, tra i nostri ricordi, per ritrovare la strada di casa quando mi sento persa. Come ora.

Scrivo questo pezzo per cercare la forza che mi manca per andare avanti, senza nessuna speranza di averne per qualcun altro. Non porterò esperienze, consigli, incoraggiamenti. Non dirò a nessuno di rialzarsi, di continuare a battersi, non dirò a nessuno di non mollare. Anzi. Dirò a tutti voi che potete mollare. Dirò a tutti voi che non c’è niente di disonorevole nell’aver pensato di lasciar perdere. Sapete, magari le nostre anime violentate hanno semplicemente bisogno di una pausa. Potete mollare.

Ma non lo farete, proprio come non lo farò io. Perché non saprei mai perdonarmi di aver dato per persa la battaglia per la vita di chi amo.

Un giorno una donna, che ammiro moltissimo, scrisse poche frasi su un libro che amo moltissimo. Oggi ripenso a quelle poche frasi e mai come ora mi sembrano attuali:

Era importante, aveva detto Silente, combattere e ancora combattere, e continuare a combattere, perchè solo così il male poteva essere tenuto a bada, anche se non poteva mai essere completamente sradicato. […] Ma finalmente capiva quello che Silente aveva cercato di dirgli. Era, si disse, la differenza fra l’essere trascinato nell’arena ad affrontare una battaglia mortale e scendere nell’arena a testa alta. Forse qualcuno avrebbe detto che non era una gran scelta, ma Silente sapeva – e lo so anch’io – pensò Harry con uno slancio di feroce orgoglio – e lo sapevano anche i miei genitori – che c’era tutta la differenza del mondo”.

[J.K.Rowling, Harry Potter e il Principe Mezzosangue].

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COMMENTI

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    Arilong 11 mesi

    Rob, prima o poi potrai sposare Ila, io ci credo. E magari avrete un bambino. E quando tuo padre vedrà per la prima volta tuo figlio sfidalo con lo sguardo. Sfidalo a non sorridere. Sfidalo a non prenderlo in braccio. Sfidalo a non abbracciarti. I tuoi genitori prima o poi ce la faranno a vedere oltre il loro naso, se ti amano sul serio. E se hanno un minimo di senso della realtà.

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    Rebecca 11 mesi

    Hai espresso benissimo le emozioni di tant* di noi, ma veicoli anche un bellissimo messaggio: la resilienza. Ci credi se ti dico che ho fatto gli screenshot per rileggere tutto il pezzo ogni volta che ne sentirò il bisogno? Un grazie è la mia risposta migliore :)

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    Pensa che da quando ho osato opporre un flebile “No, ma guarda che per me non funziona così…” a mamma e papà che mi attribuivano l’ennesimo flirt improbabile con un uomo, in casa dei miei l’argomento preferito è diventato “l’utero in affitto”.
    Cioè, una cosa che riguarda un’esigua minoranza di persone, la stragrande maggioranza delle quali etero, è diventata da allora il centro del mondo. Vivono in un mondo in cui improvvisamente andare a fare la spesa al supermercato è diventato impossibile perché le casse sono occupate da ‘madri surrogate’ che saltano la fila; quando vedi un’amica col pancione non le puoi più chiedere “Auguri! Quando nasce?” senza timore di sentirti rispondere “No, ma sai, non è per me…”; non si trova più parcheggio causa strisce rosa con il simbolo della cicogna perché tutte le donne si sono buttate nel lucroso business e gli assessori alla viabilità ne prendono atto. E tutto questo perché la stepchild adoption avrebbe, sempre nel loro mondo fatato, dato il “tana liberi tutti” a tutti i gay (le lesbiche non esistono…cioè, quella debosciata di nostra figlia ci ha fatto sapere che alle perversioni non c’è limite, ma statisticamente si sa, il mondo è pieno di finocchi) per affittare uteri random.

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    Mi ritrovo molto in questo racconto…è crollato il mondo addosso anche a me…ci credevo tanto…tantissimo! Sono stata li li per piangere, e mi sono detta “ma che ci sto a fare qui? perchè non me ne vado?”
    Una cosa però non capisco…e ti giuro che mi sto sforzando tanto perchè la mia compagna è nella stessa situazione: come puoi condividere la tavola con un padre che ti ride in faccia e ti umilia in questo modo! Perchè è questo che ha fatto c’è poco da fare!
    Io amo alla follia la mia famiglia e ammazzerei per ogni componente; sono cresciuta con l’idea che non esiste un genitore che “abbandona” il proprio figlio/a…per nessun motivo! Posso comprendere reazioni anche eccessive ai coming out, ma il tempo e l’amore dal mio punto di vista han sempre risolto tutto! Sono stata illusa, lo so, e l’ho capito quando i genitori della mia compagna sono letteralmente impazziti…non mi dilungo in racconti vari ma han dato il peggio! Lei ha cercato da subito di prenderne le distanze pur soffrendo molto ma io per prima ho insistito perchè non disperasse, provasse a parlarci, a chiarire: era una fase passeggera ne ero certa! Son passati 2 anni e la situazione è quasi peggiorata, ma la cosa peggiore è che io mi sono arresa…ho dovuto farlo, e ammettere che i genitori non sono tutti perfetti o infallibili…esistono anche le teste di c…o!!!
    La mia compagna ora ha rapporti minimi con la sua famiglia e io non insisto più perchè provi a riavvicinarsi.
    Ti auguro tutta la fortuna del mondo ma con le premesse che fai temo che prima o poi dovrai metterti l’anima in pace pure tu!