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Io e le mie sentinelle. Le battaglie vinte sacrificando i più deboli di noi non sono battaglie vinte

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Ci sono sere dove l’unica cosa sensata sarebbe spegnere le luci e mettersi a dormire. Pigiami imbarazzanti, tisane alla fragola e mango in fumanti tazze termiche di Star Wars, serie tv arretrate che non hai troppa voglia di guardare. Ila è ripartita e io sono rimasta qui, a scegliere il colore delle pareti di camera nostra, con la prospettiva di dover uscire da lavoro un’ora prima, domani, perché arriva il nuovo mobile del salotto. Quella poesia che trovi solo nelle parole “casa nostra”.

“Amore, quest’estate dobbiamo scartavetrare le ringhiere di tutti i balconi, sono da pitturare”. Lei che sorride, io che me la immagino bellissima, nelle sue canottiere un po’ da camionista, con le braccia sporche di vernice. “Ma non è che le unioni civili alla fine non passano, magari…?”. Pigra che solo lei lo sa, tranne che sul joystick della sua Play Station. Stasera l’ho accompagnata in stazione, domani ricomincia l’università, e ogni volta è come la prima. Quando se ne va si porta via molti più pezzi di me di quelli che lascia. Non mi abituerò mai ad averla lontana.

“Vengo da te, amore. Appena questa legge passa parto e vengo da te, non mi importa se solo per un’ora. Dobbiamo festeggiare”.

Battaglie, lacrime, sorrisi, ore e ore col fiato sospeso davanti allo schermo di un pc, e ancora lacrime, delusione, sconforto. Riso amaro.

Un messaggio mi avvisa che Ila è arrivata a casa. Sullo sfondo del mio cellulare dallo schermo crepato,una foto di me e lei alla manifestazione del 23 gennaio. La nostra grande piazza piena nella nostra piccola città. Piccola, ma casa. Penso al 5 marzo e mi viene voglia di cercare di nuovo un treno per arrivare a Roma. Già, Roma.

Cambio posizione in questo letto troppo vuoto, ne cerco una più comoda per il collo, e una fitta di dolore mi fa cambiare espressione. Mi ricorda tante cose, e in primis il perché a Roma non ci posso andare. Mi chiedo quanti di noi siano in ogni momento consapevoli di avere un corpo. Di avere due braccia, due gambe, una schiena. Intendo, sentire di avere braccia, gambe, schiena. Intendo, percepire. Sentirle, queste parti di noi stessi. Beh, io lo sono. Il corpo è una macchina che non capirai mai come funziona veramente. A volte dimentichi di averlo, un corpo. Semplicemente, non ci pensi. Non ci pensavo nemmeno io. Se non quando mi lamentavo della cellulite o del rotolino sulla pancia.

Ma a volte succede qualcosa che non ti aspetti, soprattutto a vent’anni. A volte succede che il tuo corpo sceglie di dirti “Ehi, ci sono”, e sceglie di dirtelo nel modo peggiore. Le malattie sono strane. Tante restano silenti per giorni, a volte per mesi, e poi scoppiano, come una bomba. La mia no. È arrivata pian piano, subdola, silenziosa. Un po’ alla volta ha colonizzato ogni singola parte di me. Corpo, mente, spirito. Perché quando il dolore è lì, insopportabile, nemmeno la mente funziona più.

Vivi alternanze di momenti. Ottimismo e disperazione. “Te la porterai per tutta la vita”. Parole che ti restano, momenti persi, attimi bui, giorni dove tutto sembra perfetto per il solo fatto di star bene. “Io non guarirò mai”. L’avevo detto a Ila, davanti a una birra, in un momento che meno appropriato non potevo inventarmelo. “Ti toccherà sopportare giorni veramente brutti, e io ci rifletterei se fossi in te”. Lei non ci aveva nemmeno pensato. Aveva posato la birra, mi aveva guardata, e seria come l’ho vista poche volte aveva risposto: “E perdermi quelli veramente belli? Tu sei fuori!”. E non ce ne siamo perso nemmeno uno, di quei giorni. E ci siamo promesse di viverli sempre tutti appieno. Anche quelli brutti.

Quando mi chiedono perché non sono felice del disegno di legge che è stato approvato, io non mi arrabbio. Sorrido. Hanno ragione, a chiedere. Tutto quello di cui avevo bisogno per essere felice, qui e ora, con me stessa e con lei, è in quella legge. Quanti giorni di dolore, in cui anche alzarmi dal letto per andare in bagno risulta un problema, ho vissuto rifiutando di andare all’ospedale. Quanti giorni passati a chiedermi cosa ne sarebbe stato di lei, il giorno in cui avessi avuto bisogno davvero di aiuto, e la sua possibilità di starmi accanto fosse stata subordinata al fatto che la mia famiglia non le chiudesse la porta in faccia. Quanti pianti al pensiero di quanto avrei odiato essere curata, aiutata a vestirmi, a lavarmi, a mangiare, semplicemente confortata da qualcun altro che non fosse lei, o per lo meno anche lei. Soprattutto lei. Che mi conosce, che mi capisce, e che ama il mio corpo sempre, anche quando impazzisce, anche quando non lo controllo più e cerca di impedirmi di vivere.

Questa legge ha tutto quello di cui ho bisogno per non sentirmi in colpa verso la donna che amo per il fatto di stare male, almeno non più di quanto mi ci senta ogni volta che ho una crisi e la nostra vita si riduce a pessimismo e antidolorifici. LO SO, che dovrei esserne felice. Ma poi penso ai colori, alla musica, e alle bandiere della nostra piccola grande piazza. Penso alle madri, ai padri, e soprattutto ai bambini che giocavano in mezzo a noi, i visi colorati, le corse, i genitori che li seguivano con lo sguardo. Penso a quelle famiglie che hanno lottato fianco a fianco con me, più di me, da più tempo di me, e non posso che provare rabbia per come i loro figli sono diventati merce di scambio per una poltrona in più. Non posso ringraziare chi li ha venduti sull’altare della coerenza, della brutta politica, del tornaconto personale. Permettendo poi che un signor nessuno li chiamasse “contro natura” e si proclamasse fiero di aver impedito loro di avere due genitori.

Le battaglie vinte sacrificando i più deboli di noi non sono battaglie vinte. Per nessuno. E se il mio corpo mi impedisce di essere a Roma a gridarlo, sabato, beh, la mia voce è forte come sempre, il mio orgoglio pure.vGuardo le mie gambe martoriate dalla crisi di questi giorni e penso a Ila, e alla nostra casa, e penso che dovrei essere felice di poterle dare una certezza, un appiglio, una sicurezza, finalmente. Dovrei veramente esserlo.
Ma non posso.
Perché noi siamo un popolo.

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2 thoughts on “Io e le mie sentinelle. Le battaglie vinte sacrificando i più deboli di noi non sono battaglie vinte”

  1. Rispondo anche qua, come ho fatto a Mile nel post relativo alla Cirinnà e alla manifestazione di Roma.
    Non riesco a capire fino in fondo il vostro ragionamento o forse, a questo punto, non ho capito che tipo di manifestazione si terrà a Roma e che richieste si intendono fare.
    Nessuno ha mai parlato di una grande festa in onore della piena vittoria ottenuta! Nessuno ha mai parlato neppure di vittoria della guerra! Per come la vedo io vincere una battaglia significa fare un passo avanti…ci sono piccole e grandi battaglie come piccole e grandi vittorie! La legge che sta nascendo è un primo passo, purtroppo necessario, perchè il tutto e subito non è di questo mondo e tanto meno del “terzo mondo dei diritti civili” qual è l’Italia (brutto ma è così, c’è poco da fare!). Scendere in piazza e chiedere di più è lecito, anzi DOVEROSO visto quanto abbiamo perso per strada (stepchild), lottare per avere matrimoni e adozioni è d’obbligo, ma non festeggiare per quanto già ottenuto (e non è poco!) mi pare folle! Non mi pare di aver sentito dire dalla Cirinnà: “abbiamo fatto il massimo!” oppure “accontentatevi!”. Anzi ha detto esattamente l’opposto: “siamo riusciti a fare qualcosa ora però avanti tutta per il resto”.
    …E per chiudere…di signor nessuno e delle loro cattiverie purtroppo ce ne saranno sempre…e di offese ce ne sarà per tutti quelli che non la pensano come loro, qualsiasi sia l’argomento. E’ avvilente che certa gente sia al governo ma sono convinta che moriranno e (non) saranno ricordati per il nulla che sono!

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