Questo sito contribuisce alla audience di

Io e le mie sentinelle. “Non sono felice, papà”

da Rob 291 visite8

io-e-le-mie-sentinelle-bis
Io e Ila siamo reduci da giorni bui. Anzi, per meglio dire siamo forse verso il sorgere del sole, ma ancora bene avvolte da uno spesso strato di brina, ancora sotto zero, ancora schiaffeggiate senza pietà dal vento delle parole. Quelle parole che mai avresti voluto dire, che ti penti un secondo dopo averlo fatto, che è la rabbia a trasformarti nel carnefice che non sei. Quelle parole che poi per cancellarle deve passare tempo, e se questo tempo sia una vita o un abbraccio proprio non lo sai.

> > DA NON PERDERE

“Non sono felice, papà”. Avrei voluto potergli rispondere così, ieri, quando al mio rifiuto di andare a cena mi era stato chiesto “Ma mangi?”. “Ho già mangiato”. Bugie bianche di chi non spera più di poter essere capito. Mio padre ama mia madre da quasi quarant’anni, e quando dico che la ama, intendo che la ama. Intendo che anche quando la odia, e in quarant’anni è successo innumerevoli volte, la ama più di qualsiasi cosa al mondo. E io non lo so se tra quarant’anni anche io potrò dire lo stesso di me e Ila, ma ci spero tanto. Perché mio padre, in questo, è maestro: il più grande esempio di amore per una donna che io abbia mai conosciuto.

Avrei voluto dirglielo, che non sono felice. Avrei voluto chiedergli come si fa a lasciarsi alle spalle le cose più brutte, a dimenticarsele, ad amarsi e basta, perché quello conta.
Ma no.
L’avevo già detto, una volta, a mio padre. Le stesse parole. “Non sono felice, papà.” Stessa punteggiatura. Niente lacrime, niente espressioni. Niente punti esclamativi o puntini di sospensione. Aiutami, se puoi. Il senso era quello.

“Tu non sei felice perché hai scelto una strada che, lo sai, non può essere la tua. Non sarai mai felice.” Smisi, in quell’esatto momento, di aspettarmi che mio padre avrebbe mai capito qualcosa di me. Scelte… Parlava di scelte. Come se innamorarsi della donna sbagliata fosse una scelta razionale che qualcuno in un giorno qualunque decide di compiere per capire cosa si prova a farsi strappare il cuore dal petto.

Silvia era bella, intelligente, incredibilmente fredda, e mi piaceva da morire. Pensavo davvero di amarla. Una discoteca affollata, ore e ore di parole. Ero già persa di lei prima ancora di chiederle il numero. La storia sbagliata al momento giusto. Il bene assoluto che ancora voglio a una persona che mi ha insegnato tanto e lasciato più ricca che mai pur avendomi svuotata di tutto. Di tutte le mie ipocrisie. “Non sono felice, papà.” E non lo ero, per niente, quando alla fine lei mi ha lasciata. Se puoi, aiutami. Forse voleva davvero aiutarmi, dicendo così. Forse pensava davvero che bastasse uno sforzo di volontà. E un po’ lo speravo anche io. Uscire da quel tunnel di alcool e donne rimorchiate sui Social, o in discoteca troppo sbronze entrambe per ricordare lucidamente chi fosse la tipa del limone nel bagno a fine serata.
Voglio
Che
Finisca.
Aiutami, se puoi.

Ma lo sapevo, io lo sapevo, papà, che non mi sarei salvata ricadendo nei miei vecchi errori. Quante volte, papà, mi sono sentita sbagliata per il fatto che gli uomini non mi interessavano per niente. Quante volte ho sperato di incontrare quell’uomo che avrebbe cambiato tutto, che mi avrebbe fatto “cambiare rotta”, tornare sulla vecchia strada, confermare che la mia era “solo una fase” perché forse hai ragione, se sono così infelice, forse sto sbagliando. Papà, te lo giuro, ci ho sperato. Ci ho sperato e le tue parole mi hanno fatta sentire ogni giorno più malata, sbagliata, persa. Da meritarmi solo serate da ubriacarmi fino a dimenticare tutto e donne delle quali non mi importava niente.
Mesi.
Interminabili mesi.

“Stasera andiamo a ballare a Verona, Roby? C’è il Richiamo alla Leva”. Gennaio. Tre donne all’attivo in contemporanea scaricate in cinque minuti con tre sms identici. “Vengo, ma se mi si avvicina qualcuna mandatela via perché non voglio saperne niente”. Musica. Strulle. Facce nuove e facce anche troppo note. Occhiate che ignoro, sobrietà autoimposta ma poco rispettata. Nessuna che valesse la pena nemmeno di essere guardata una seconda volta. Amici. Risate. Quanto si sta bene senza nessuna intorno.

Come si cambia in un secondo, solo per essersi trovati nel posto giusto al momento giusto. Io e Ila abitiamo nella stessa città da sempre e non ci eravamo mai incontrate. E Brescia, perdonatemi, di locali ne ha ben pochi. Chissà in quanti posti siamo state insieme senza saperlo. Quanti incroci sbagliati abbiamo dovuto prendere prima di arrivare lì, a quella porta. Ci ripenso e penso che a suo modo mio padre me l’ha spiegato, come si fa. Come si resta insieme nonostante il gelo, il buio, il vento. A suo modo, amando mia madre da quarant’anni, lui mi ha insegnato il senso di tutto questo lottare, incessante e instancabile lottare per un amore che è tutto, semplicemente tutto.

E che inizia da lì. Una mano sulla maniglia. Un tatuaggio sul braccio. Il polsino dei Green Day. Capelli corti, ciuffo spettinato su due occhi verdi che accennano lo stesso timido sorriso delle sue labbra.
Un colpo al cuore.
E un solo pensiero: “Roby, dì qualcosa di intelligente”.

Share Button
Speciale Onda Pride 2017
Community

Commenti (8)

  1. Mah… un mito. Per me sei un mito.

  2. Io sono in quella fase di cuore di pietra. Non mi piace nessuna. Ovviamente non mi piace nessuno. Vorrei solo innamorarmi di nuovo, dopo aver così tanto sofferto eppure mi sento così fredda che inizio ad incrinarmi sulla frase detta da tuo padre. Che è la stessa identica che mi ha detto mia sorella, per dire. Cosa accadrà? Troverò la mia Ila? Grazie, ancora, per la tua rubrica.

    1. Trovare la propria Ila non è la soluzione. Trovare la propria Ila è l’inizio del problema. Prima della propria Ila, le cose vanno come vanno e io sono io, se ti va bene bene se no adios. Prima della propria Ila, siamo tutti granitici nelle nostre convinzioni.
      Trovare la propria Ila vuol dire trovare quella persona che quando c’è ti viene voglia di strangolarla giorno si giorno no, ma quando non c’è non ne va bene una che sia una. Trovare la propria Ila vuol dire cominciare a smussare, arrotondare, livellare, sfumare. Vuol dire iniziare a spogliarsi di atteggiamenti e non solo di vestiti.
      Trovare la propria Ila non è la fine, ma l’inizio del viaggio più tortuoso e meraviglioso che si possa immaginare.
      E te lo auguro di cuore.

      1. Grazie, davvero!

  3. Ciao! Leggo la tua rubrica da un po’ e mi piace moltissimo come scrivi, mi ritrovo molto nelle tue parole, perché più o meno le vostre storie sono le storie di tutti.. Curiosità, quanti anni hai?

      1. Ma amore!!!

    1. Venti… Da circa sette anni XD

Rispondi

La tua email non sarà pubblicata

Puoi usare i tag HTML