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L’appello delle 49 lesbiche contro la GPA: l’arroganza della vecchia guardia lesbo-femminista

coppia gay surrogata

Non so cosa sia la maternità, se non per essere stata vicina ad amiche che nove mesi dopo sono diventate madri. Non so cosa voglia dire portare un bambino in grembo e non conosco la fatica del parto, le ansie della gravidanza e il legame che si stabilisce con il feto. E non credo lo saprò mai.

Eppure, dai racconti delle madri che conosco, a cominciare dalla mia, mi sembra che non ci sia nulla di predicibile. C’è chi ha sofferto durante i nove mesi e chi no, c’è chi alla prima gravidanza ha lavorato fino all’ultimo giorno utile e alla seconda è stata costretta all’immobilità sin da subito. Alcune delle madri raccontano di non aver provato alcun legame con la creatura che portavano in grembo fino a quando non l’hanno vista uscire dalla loro vagina, altre hanno provato immediatamente una sorta di legame “speciale” con il feto.

Del resto, la gravidanza, la maternità sono esperienze soggettive. Sono il frutto del contesto in cui le donne decidono di diventare madri – quando è permesso loro di decidere -, sono il frutto del rapporto che ogni singola donna ha col proprio corpo, con il compagno o la compagna, o con se stesse, nel momento in cui scelgono di avere figli a prescindere dal partner.

Ed è forse per questo che considero profondamente arrogante l’appello delle 49 lesbiche contro la gestazione per altri. Nessuno, nemmeno una donna, può dire ad un’altra donna cosa può o non può fare del proprio corpo. A maggior ragione se le argomentazioni usate per attaccare la maternità surrogata sono sostenute da un integralismo intellettuale del tutto miope.

L’appello è stato firmato da 49 donne, lesbiche, attiviste e femministe – qui trovate il testo integrale -; fra queste pezzi storici di Arcilesbica, come Cristina Gramolini e Francesca Polo, ricercatrici femministe come Daniela Danna o personaggi molto noti all’ambiente LGBT milanese come Eleonora Dall’Ovo. Secondo le firmatarie le madri surrogate sono sempre e comunque delle donne sfruttate, incapaci di scegliere, anche quando (apparentemente) libere.

Certe donne acconsentono a impegnarsi in tale contratto che aliena la loro salute, la loro vita e la loro persona (ad esempio attribuendo la decisione su eventuali aborti al medico che risponde ai committenti) sotto pressioni multiple: i rapporti di dominazione famigliari, sessisti, economici, geopolitici, e la sempreverde mistica della maternità – questa volta per altri – con la glorificazione dell’autosacrificio femminile, che rende felici i committenti, molto più spesso eterosessuali, in minore proporzione gay.

Mi chiedo: come ci si può arrogare il diritto di conoscere le motivazioni di tutte le donne che hanno fatto da surrogacy? Non sarebbe più giusto chiedere a loro quali siano le motivazioni per cui hanno deciso di aiutare coppie sterili? Invece no, secondo le firmatarie la gestazione per altri è una mercificazione del corpo delle donne, dove le donne, povere vittime, sono sfruttate dai “bianchi” colonizzatori.

Lungi dall’essere un generoso gesto individuale questa pratica sociale è limitata ai pochi paesi che hanno introdotto la validità del contratto di surrogazione, proposto da imprese che si occupano di riproduzione umana in un sistema organizzato che comprende cliniche, medici, avvocati, agenzie, tutti mossi dal proprio interesse monetario. Nella maternità surrogata non ci sono né doni né donatrici, ma solo affari e attività lucrative promosse dal desiderio genitoriale di persone del primo mondo.

Riflessione che potrebbe essere valida se si parla di paesi come l’India, il Nepal, o l’Ucraina (ma lì forse sarebbe più giusto parlare di diritti umani in generale). Ma quante di queste firmatarie conoscono la legge canadese sulla Gpa? Ricordo di averne parlato proprio con Cristina Gramolini durante un dibattito pubblico a maggio di quest’anno: l’ex presidentessa di Arcilesbica non solo non conosceva la legge canadese, ma mi ha più o meno riso in faccia. Bene, allora senza fare polemiche, questi sono i principi della legge che il Canada ha adottato nel 2004 sulla procreazione medicalmente assistita:

a) La salute e il benessere dei bambini nati attraverso l’utilizzo delle tecnologie di riproduzione assistita devono avere la precedenza in ogni decisione.

b) I benefici delle tecnologie della riproduzione assistita e le relative ricerche per gli individui, le famiglie e per la società in generale possono essere più efficaci se affiancate da misure adeguate per la protezione e la promozione della salute umana, della sicurezza, della dignità e dei diritti di chi utilizza tali tecnologie e le ricerche collegate.

c) Queste tecnologie riguardano tutte le persone, ma le donne più che gli uomini sono direttamente e significativamente coinvolte dalla loro applicazione e la salute e il benessere delle donne devono essere protetti nell’applicazione di queste tecnologie.

d) Il principio del consenso libero e informato dev’essere promosso e applicato come condizione fondamentale per l’utilizzo delle tecnologie della riproduzione assistita.

e) Le persone che desiderano ricorrere alle procedure di riproduzione assistita non devono essere discriminate, né in base al loro orientamento sessuale né in base allo status civile.

f) Lo scambio economico delle capacità riproduttive delle donne e degli uomini e lo sfruttamento dei bambini, delle donne e degli uomini per fini commerciali solleva problemi etici e legati alla salute che ne giustificano il divieto,

g) L’individualità e la diversità degli esseri umani, e l’integrità del genoma umano devono essere preservati e protetti.

Insomma, care 49 lesbiche, prima di firmare appelli e fare tanto rumore (che magari vi porta quella notorietà di cui tanto sentite la mancanza), fatevi un giro in rete, così per cultura generale. Sarà un caso che quando si parla di gestazione per altri (con gli slogan che poi sono diventati patrimonio del Family Day e di Paola Binetti che tanto appoggia l’appello delle 49 lesbiche) ci si dimentica dell’esempio virtuosissimo del Canada. Forse perché di fronte ad una legge così civile e avanzata le argomentazioni della vecchia guardia lesbica e femminista crollerebbero una ad una.

Dimenticavo: la legge canadese sulla fecondazione medicalmente assistita la trovate qui, qui invece il sito, sempre canadese, sulla gestazione per altri.

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La Mile

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8 thoughts on “L’appello delle 49 lesbiche contro la GPA: l’arroganza della vecchia guardia lesbo-femminista”

  1. Hanno solo ragione! Anch’io trovo la GPA un abominio, in tutti i casi! Se l’ectogenesi (utero artificiale) fosse già una realtà pienamente diffusa e consolidata, le GPA non esisterebbero proprio! Perciò si tratta comunque dello sfruttamento di un corpo femminile in funzione della continuità della specie!
    Le famiglie omogenitoriali ideali, a mio avviso, sono queste (purtroppo ancora rare in seno alle già rare famiglie arcobaleno; in pratica, “una rarità nella rarità”!):

    https://www.youtube.com/watch?v=T4Vmzgnx9MY&t=2s
    https://www.youtube.com/watch?v=fiHQXwJCfJ8

    Sarebbe molto più semplice e più bello creare una famiglia allargata di 4 genitori (2 mamme lesbiche + 2 padri gay) anziché ricorrere a metodi cinici e squallidi come banche del seme/ovocita anonimo e maternità surrogata! Ma dove sta quella osa definirsi “comunità omosessuale” ma, in realtà, ha ben poco di comunitario e vuole a tutti i costi seguire il modello unicamente bigenitoriale imposto da una civiltà bigotta ed eterosessista?

    Tra l’altro, l’unione di più di due persone omosex che diventano genitori può solo far la forza, tanto nella crescita dei figli (specie in un mondo sempre più cinico e difficile!) quanto nella lotta all’omofobia! Il problema, più che culturale, è legato a una mentalità sempre più cinica, timorosa, diffidente ed individualista, in cui lo spirito comunitario viene quasi aborrito (alla faccia di chi afferma che la nostra è una specie “sociale” o di chi parla di “comunità omosessuale”! Il ricorso a metodi cinici e squallidi come GPA e banche di seme e ovocita anonimi dimostra invece che la specie umana sta diventando sempre più schifosamente asociale!): lo si evince da certi tipi di discorsi squallidi sempre più frequenti, tipo: “è già difficile star bene con se stessi, ancor più difficile trovare l’armonia in due, figuriamoci in più di due se si può andare felicemente d’amore e d’accordo”! Personalmente, mi sento di smentire: crescere un figlio, specie oggigiorno, è molto duro; estremamente pesante se si è single (o vedovi), ma decisamente meno se si è in due…e ancor meno se si è in quattro poiché, ribadisco, l’unione può solo far la forza, in tutti i sensi! Tra l’altro, nei rari casi di famiglie omosex allargate quadrigenitoriali (con 2 mamme lesbo + 2 padri gay, che hanno razionalmente e saggiamente optato per tale meraviglioso “tetraparenting”), è risultato che i figli sono i primi ad essere strafelici di avere ben 4 genitori (nonché figure omogenitoriali tanto materne quanto paterne!), nonché più amore, più protezione, più punti di riferimento, più sicurezze e più tutele! Alcuni di questi bimbi arrivano addirittura ad affermare di sentirsi più fortunati rispetto alla stragrande maggioranza dei loro coetanei con appena due genitori (siano essi “mamma+babbo”, “mamma+mamma”, “babbo+babbo”)! In Olanda e California hanno già allargato la mente a riguardo, estendendo la genitorialità legale (oltre che morale ed affettiva) anche a più di due individui!

  2. Personalmente sono assolutamente contraria ad un contratto e qual si voglia ricompensa o rimborso di natura economica, perché se non è un gesto d’amore è puro mercimonio e non potrei mai avvallare una compravendita di un bambino neanche quando le parti sono in buona fede.

  3. a me quello che più stupisce non sono le idee espresse relativamente alla gpa (alcune delle quali, peraltro, condivido) ma il toni utilizzati…mi stupisce che non ci sia un accenno ad azioni di tipo di costruttivo. l’informazione, l’educazione, per esempio. se ci si vuol mettere nella posizione di esprimere il proprio dissenso, il primo passo credo sia aprirsi ad un sano e sereno dibattito sulla questione, dibattito che abbia i toni del dialogo e dell’ascolto. questo documento mi fa davvero incazzare per IL MODO con cui si vuole sollevare una questione delicata e urgente. non so se lo scopo fosse quello…;) la reazione della mile, e l’articolo citato nel commento precedente, mi fanno pensare che siamo difronte ad una di quelle belle usuali familiari e confortevoli diatribe che caratterizzano il mondo lesbico (almeno, parlo per quello milanese). non credo si solamente importante sollevare la questione: credo sia fondamentale COME la si affronta.

  4. Il dibattito è aperto e delicato.
    Innanzitutto mi pare che il ricorso alla motivazione, alla agency e alla libera scelta di chi ‘surroga’ è sempre un po’ scivoloso, perché sappiamo – sia a livello psicologico che sociologico – quanto le libere scelte e le agency possano essere il frutto di pressioni e pulsioni non avvertite consapevolmente/consciamente come tali.
    Poi c’è un po’ il rischio di questa associazione automatica lesbismo-femminismo che invece storicamente è stata sempre molto problematica e che un po’ mi pare tradire una certa liquidazione del cosiddetto ‘veterofemminismo’, al quale invece credo che dobbiamo tutt* grande riconoscenza per quello che ha fatto e del quale, pur evidenziando certi recenti irrigidimenti (senili?), dobbiamo tenere presente il repertorio politico e culturale messo a punto.

    Più in generale, credo che la soluzione sia evitare scontri frontali perché la materia è complessa e indubbiamente in alcuni contesti di difficoltà socio-economica la ‘maternità surrogata’ appare operazione come minimo poco limpida. Dal dibattito dovrebbe scaturire una maggiore flessibilità, in grado di ispirare una legislazione aperta alle varianti affettive della pratica e magari anche a un’agevolazione delle adozioni (che personalmente considero la più grande forma di agency genitoriale).

    Detto tutto ciò, ciò non toglie che certe lesbovip ci stiano antipatiche!

  5. Che bello leggere queste parole, che bello riconoscersi in questo blog.

    Comunque mi sconvolge come queste femministe si siano “dimenticate”, nella loro appassionata arringa, di ascoltare proprio queste madri portatrici (le stesse che vorrebbero difendere), che raccontano una realtà ben diversa da quella che spacciano i bigotti.Senza dimenticare che le donne portatrici non “portano”, appunto, un figlio con i propri geni, perché non viene utilizzato il loro ovulo per la fecondazione. E questo è un dettaglio importante: in passato, quando l’ovulo era il loro, vivevano la questione in modo differente, e statisticamente non era raro che alla fine decidessero di tenere il bambino. Ma oggi non è così, e sono ben liete di aiutare altri, nei termini raccontati da Famiglie Arcobaleno (e che si leggono nella carta etica dell’associazione: http://www.famigliearcobaleno.org/userfiles/file/Posizioni%20FA%20su%20temi%20eticamente%20sensibili.pdf)
    Su “l’utero è mio”: a spanne, mi sembra un dialogo tra sordi. Chi è contro la GPA e lo fa da una prospettiva veterofemminista è convinto a modo suo che questo monito valga ancora, ma ha in testa l’immagine di orde di ricchi uomini che puntano gli artigli verso dell’utero delle donne. E’ questa visione ideologica che dobbiamo smontare. Non opponendo un’altra visione di segno opposto, ovviamente, ma a “colpi di realtà”, mostrando come stanno le cose. Non so se servirà. La gente, in generale, è molto più propensa a credere all’ideologia che ai fatti.

    Intanto aspettiamo una posizione ufficiale di Arcilesbica. A quanto leggo dalle litigate pubbliche facebookiane tra Giuseppina La Delfa e pezzi di Arcilesbica questo documento non arriverà (e certo, si spaccherebbero in due). Teoricamente la loro posizione è quella del congresso del 2015, e cito: “chiediamo la legalizzazione delle tecniche di gestazione per altri (GPA), ma esclusivamente di tipo solidale e non commerciale” , quindi sì a un’amica, una sorella o una mamma solidali (e magari mezze costrette a farlo dal peso dei vincoli familiari) e no a una storia come quella di Claudio Rossi Marcelli e tanti altri.
    A proposito di Arcigay: leggo su Prideonline del 1 febbraio 2016: “Come Arcigay – dice il segretario nazionale Gabriele Piazzoni – non abbiamo elaborato una posizione ufficiale sulla GPA, visto che in Italia è già vietata e non è un tema specificamente gay, dal momento che riguarda per lo più le coppie etero: sollevarlo in questo momento è strumentale per azzoppare la legge sulle unioni civili”.

    Ora la legge sulle unioni civili c’è. Arcigay tacerà prudentemente finché non avremo la step adoption? Finché non avremo l’adozione? Beh, rischia di starsene in silenzio per un bel pezzo. Un altro modo per evitare di affrontare il dibattito interno, perché credo che non manchino i gay contrari alla Gpa. Soprattutto quelli della vecchia scuola che sono cresciuti con il pensiero che essere gay equivalesse davvero a rinunciare alla paternità.
    Per fortuna c’è la neonata Coalizione Internazionale per una GPA etica, di cui fanno parte 9 associazioni, 4 italiane (Associazione Luca Coscioni, Associazione Radicale Certi Diritti, Famiglie Arcobaleno, UAAR). Mi rattrista molto vedere come le principali associazioni Lgbt (anche l’Andoos in cerca di visibilità) stiano lasciando sole le Famiglie Arcobaleno, che trovano sponda solo tra i radicali e i simpatici mangiapreti.

  6. Ne abbiamo già parlato abbondantemente nell’Uaar, la situazione del Canada è tutto altro che virtuosa, le donne non sono protette dalle legge e sono costrette ad essere “caritatevoli” per volontà di stato.

    La miglior legge è quella californiana, dove la donna è protetta dal codice civile e firma un contratto alla presenza del suo legale invece di essere costretta ad essere “moralmente” irreprensibile dallo stato.

    Quindi anche la Milena ha un approccio moralistico alla questione e come le altre, in maniera meno arrogante, si arroga il diritto di decidere se non l’atto ma le motivazioni per cui è lecita una certa scelta con un atto d’imperio morale, tipico dei personaggi vestiti con la tonaca nera.

    1. Onestamente non ho nulla contro la firma di un contratto e una ricompensa economica per la madre surrogata. Il mio riferimento al Canada era solo per smontare le teorie delle firmatarie. Nessun preconcetto, anzi. Come ho scritto in apertura del pezzo: nessuno, nemmeno una donna, può dire cosa può o cosa non può fare un’altra donna. Il principio di autodeterminazione vale sempre, con o senza compenso è comico. E mi spiace essere stata fraintesa.

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