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Lez Come Together – 5000km di preliminari al buio

da Ingrid 327 visite9

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Lez come together  è una rubrica che si può leggere come un’unica storia o anche un pezzetto per volta, saltando avanti e tornando indietro. Un ipertesto di esperienze che hanno formato ed educato il sentimento di una giovane donna.

Lasciai la mia amante, dicendole di essere ancora innamorata della mia ex, per poi scoprire che rimettermici insieme non era affatto quello che avevo desiderato. Prima che potessi aggiungere ulteriori errori ai disastri provocati, la mia ex se ne partì per Pantelleria e la mia amante fece altrettanto, unite da inesorabili piani vacanzieri che erano stati fatti a monte, dai loro amici comuni, prima che le due diventassero assurdamente rivali.

Accolsi con sollievo la prospettiva di trascorrere l’intera estate in Svezia, in una campagna dove avrei lavorato nella fabbrica dello zio, dalle sei alle due ogni giorno. Dall’altra parte del mare e dei mondi caldi, ero anche immune dalla sindrome del “rispondi subito”, campi magnetici portavano la connessione al telefono per poche ore e non tutti i giorni, così arrivavano messaggi in ritardo e spesso non arrivavano affatto. La mia ex fidanzata si chiedeva ancora quanto sincero fosse il mio pentimento, mentre la mia amante si confidava con lei dicendole che le avevo devastato la vita. Sognanti e follemente arrabbiate sotto una luna grande, guardando l’Africa, continuavano a interrogarmi sul motivo della loro sofferenza, invece di disfarsi di tutto ciò che le riportava a me. Alimentavo amori trapassati, perché mi davano la certezza di vivere, foss’anche nell’odio che ricevevo in cambio.

Quell’estate, scoprii di esistere anche per il solo fatto di andare a lavorare in fabbrica, sfornare torte al rabarbaro colto nel giardino dietro casa, imparare a nuotare per non affogare nel lago e preparare la cena ogni sera. Pensai, a poco a poco, di essere pronta ad abbandonare la metafisica dell’amore ed entrare in Sylvia, il primo portale svedese per sole donne.

Io e mia cugina Mona finivamo la nostra giornata con una sigaretta fumata di nascosto e un collegamento all'”internet”, sperando che qualcuno avesse notato il nostro profilo o letto i nostri messaggi. Erano connessioni di campagna a 56kb e spesso non avevamo la linea, perché un temporale faceva cader giù un palo della luce, o il computer si infettava di virus. Era un web selvaggio e ostile, ma ancora abbastanza libero. I primi passi furono pieni di ostacoli, ma capii ben presto che ci sapevo fare. Fu lì che incontrai B., probabilmente l’unica altra italiana sul portale. Se l’idea di partenza fu quella di conoscere ragazze ad una distanza di sicurezza di 100km, che potessi incontrare la sera stessa, i 5000km di preliminari al buio che feci per B. non centrarono affatto l’obiettivo. Mona, d’altra parte, sosteneva che non si potesse far passare troppo tempo da una prima chat all’incontro, altrimenti sarebbe nata un’amicizia o ancora peggio una fissazione.

L’unico argomento trattabile per me era la musica, era il periodo in cui portavo con me una decina di cd e in qualunque casa andassi chiedevo di suonarli. Se la chat era finalizzata ad un incontro di poche parole, volevo almeno che la musica fosse perfetta. B. passò il test musicale e le dissi che avrei preso un aereo e sarei tornata in Italia quel week end. Avrei voluto incontrarla per l’occasione nel posto più vicino a tutte e due. Non le scrissi più se non per fissare l’appuntamento. Il suo profilo mostrava la silhouette standard di chi ancora non ha caricato una sua foto e secondo Mona questo non volgeva a suo favore, ma a me stava bene lo stesso. Sarebbe stata lei a riconoscermi. Percorsi 5000km andata e ritorno perché non riuscivo a stare da sola, ma almeno smisi per una volta di chiamarlo amore.

Decidemmo di incontrarci all’uscita dell’autostrada sud di Firenze, avevo chiesto un passaggio per arrivarci. Lei era grande e aveva la sua di macchina, un’utilitaria rossa, mi aveva detto. Rimasi ferma in un’aiuola aspettandola, fino a che una piccola macchia rossa non venne verso di me, suonando tre volte. Quando entrai in macchina, non riuscii proprio a baciarla, che fu strano per lei perché tutti i preliminari con la chat, la autorizzavano già a mettere le sue mani smaltate tra i miei capelli, a sdraiarmi su sedili coperti di tv sorrisi e canzoni e a soffocarmi dello stesso profumo che usava mia mamma. Mentre le sue sopracciglia senza pelo si inarcavano ad angolo acuto, contenendo l’euforia di vedermi in carne ed ossa, io le dissi, già sgonfia, che eravamo in ritardo.

Alla festa dove la portai non conoscevo quasi nessuno, ma era un piano di riserva, nel caso B. a pelle non mi fosse piaciuta. L’errore fu passare la maggior parte del tempo a bere, perché avevo bisogno di agevolare la conversazione. Più lei continuava a parlare, più desideravo che la smettesse. Ad un certo punto pensai che la cosa migliore fosse riaccompagnarla all’uscita dell’autostrada, ma finimmo per abbandonare la festa ed andare in un altro bar. Era il bar dove c’era una dea che serviva ai tavoli di cui veneravo da tempo il suo scorpione tatuato sul collo. Fu in quel momento che ci facemmo le nostre prime risate, a pensarci entrambe adepte della dea, complici nell’ammirare donne belle e impossibili da raggiungere.

Ero troppo stanca per accorgermi della manovra successiva che B. mise in atto, chiedendomi se volessi ritornare a casa. Al portone mi disse che aveva bevuto troppo e non se la sentiva di guidare 100km, così la feci salire da me e le preparai il divano. La testa mi penzolava per l’ubriachezza, quando le diedi la buonanotte e prima che potessi rialzarmi dal divano mi infilò la lingua in bocca. Riuscii solo a replicare che sul divano non potevo dormirci e mi trascinai a letto consapevole che lo avrei condiviso con B.

Sarà che negli anni novanta sulle donne più grandi che si definivano lesbiche pesava ancora l’eredità del mullet, i capelli da giocatore di hockey, il giubbotto di pelle abbinato alla Custom, insomma tutto ciò che B. non era affatto. Per me era come se vivesse in una dimensione parallela alla mia, dove le donne si imbellettavano come attrici di film anni ottanta. Speravo almeno di trovare il conforto nella naturalità del fare l’amore, perché oltre al profumo aggressivo e alle unghie finte, sarei scesa alla sostanza e sapevo che avrei potuto salvare questo incontro, ce l’avevo sempre fatta.

Ma quando ci spogliammo mi persi d’animo: anche il sacro delta era stato presidiato e al suo posto c’era uno spartitraffico finissimo di cui davvero non riuscivo ad apprezzare la carica erotica. Oltre a ciò, sfinita dalla stanchezza, ogni volta mi toccava di tirar sù il lenzuolo, fingendo di aver caldo ad agosto, per provare a metterglielo incontro alla bocca, perché la smettesse di belare così forte. Era già mattina quando la implorai almeno di stare zitta, se aveva a cuore il mio mal di testa. Quando se ne andò, feci il bucato in fretta e tornai a dormire in un letto pulito.

Mi arrivò una sua chiamata nel pomeriggio, non sapevo che fosse sua, nemmeno quando iniziò a parlare, ero ancora a letto con la sbornia da smaltire e la testa che pulsava. Non capii quasi niente di quella conversazione, ma diventai spietata quando mi disse che le mancavo. Non può mancarci una persona di cui si conosce quasi unicamente il nome e che, contro voglia, ci scivoli accanto nel letto. È un doudou che ci serve a scampare alla notte quando si ha paura del buio, un’esperienza di passaggio che soddisfa il bisogno di non stare da sole. Pensando alla donna matura che era, se non altro per la sua età, le dissi tutto questo con eccezionale lucidità che sortì l’effetto opposto della ragionevolezza.

Era alla guida e si mise a piangere. Le dissi di accostare appena potesse e cercai di calmarla, perché c’erano dei luoghi migliori per conoscere la verità, di un’abitacolo su ruote sparato a 130 all’ora. Nella successiva mezz’ora che passammo al telefono, odiai ogni parola che uscì dalla mia bocca, mi armai di “buone intenzioni” per nascondere bene il mio essere “mostro”, fin troppo umano. Ma eravamo consapevoli entrambe che l’inganno sarebbe durato soltanto fino al suo rientro a casa.

Tornai ai miei boschi di betulle e abeti due giorni dopo. Era bastata la reazione di B., una perfetta estranea, ad innescare il mio perbenismo, rinnegando ciò che sentivo come vero. Ero piena di rabbia, ma incapace di accettare che la natura delle mie reali intenzioni potesse essere anche crudele e senza scrupoli. Continuai per mesi ad usare la parola “amore” con la mia ex e le dissi della chat, catalogandola come un errore, quando “solitudine” avrebbe inquadrato perfettamente quell’episodio.

E ancora per molto tempo, non avrei potuto rispondere a chi mi chiedesse il perché di una storia finita o la natura di un tradimento, che la coerenza non ci appartiene ed esplorare anche i vicoli più bui, è uno stato necessario per poter illuminare quel che non si conosce ancora, perché smetta di avere potere e ci permetta di amare così come siamo.

Illustrazione di Sebastiano Ranchetti

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Commenti (9)

  1. la solitudine e la confusione a volte portano ad essere egoisti.
    un racconto lucido, senza sconti, evocativo.
    ci vedo una ragazza giovane non tanto crudele verso gli altri, ma verso se stessa.
    il coraggio di non essere autoindulgenti.

  2. Piace a tutti ed anche a me. è davvero sublime. non capisco come mai tante persone (per fortuna cancellate) insistano a dire che è una merda. non è una merda, è ARTE. mi ricorda a tratti non dico MariaLuisa ma saffo68, conoscete?

    1. Non tante persone, ma tanti nickname diversi.

      1. se lo dici tu, sai io sono una bravissima informatica, oltre che gran gnocca.

      2. Tanti come nerina. Si stuferanno prima o poi.

      3. guarda che la paranoia si può curare. rimbalzo al mittente le tue GRETTE insinuazioni.

  3. Woo mi hai preso

  4. Bellissima la conclusione: è vero, siamo meno coerenti di quello che vorremmo, bisogmna farci i conti

  5. Ho visto tutto il film dall’inizio alla fine, molto bello, molto reale

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