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Lez Come Together – Carne e sangue

da Ingrid 315 visite95

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Lez come together  è una rubrica che si può leggere come un’unica storia o anche un pezzetto per volta, saltando avanti e tornando indietro. Un ipertesto di esperienze che hanno formato ed educato il sentimento di una giovane donna.

L’avevo conosciuta al tempio, quando al tramonto iniziava il giorno sacro, il sabato. Dopo le preghiere, scendevamo alla mensa tutti insieme. M. la ginevrina, aveva preso posto accanto a me con una carota cruda nel piatto, da tempo unico suo pasto quotidiano. Pensai che era minuscola, non avevo mai conosciuto persone magre come lei e quando si era allungata dalla mia parte per prendere il sale, i suoi capelli lisci e corti mi avevano sfiorato il naso, un centimetro più vicina e ci sarei affondata dentro. Il solo pensiero dell’odore che avrei inalato mi fece diventare rossa.

– È calda la tua zuppa?-, mi sorrise.
– Fa caldo qui dentro –, risposi a caso mentre lei sembrava congelare dentro sciarpa e maglione troppo grandi.

Passai la sera a quel tavolo costruendo metafore in una lingua a metà tra il francese e l’italiano, non conoscevo le parole giuste per chiederle di rivederci ancora. La mattina mi raggiunse all’entrata del tempio con un casco in mano. Mi disse che era pronta ma non per la liturgia. Passammo il sabato sulla mia vespa su e giù per i colli, inseguendo un lembo di sole tra macchie di ulivi e cipressi, a ispezionare teatri antichi, a comparare metope ai nostri visi come Jules o come Jim, diceva lei. Al tramonto riportai M. al convitto, non era freddo eppure tremava così forte che mi sarei staccata la pelle di dosso per darla a lei sempre più gracile e piccola, aggrappata a me come un koala senza pelo.

Quando la cercai il giorno dopo, le sue compagne di stanza mi dissero che M. non stava bene, che era ritornata a casa sua a Ginevra lasciando una borsa e un biglietto per me. Passai il mese successivo a leggere tra le righe di una lettera scarna come la sua mittente, foderando la pancia con i libri e la musica che mi aveva lasciato, “La schiuma dei giorni”, “Jean sol partre” per dirla alla Vian, la colonna sonora di Trainspotting, cercando invano antidoti al liquido caldo che mi faceva avvampare ormai ogni volta che pensavo al suo nome.

Mi tagliai i capelli e li feci bianchi come sick boy del nostro film preferito e con le mance del ristorante e pochi risparmi, mi immersi in un andata e ritorno per Ginevra, assicurandomi di avere in tasca almeno 50 mila lire nel caso non avessi trovato M. Tra una lista di 10 nomi in elenco, riconobbi la sua voce al secondo numero che componevo. Mentre le monete cadevano giù, lasciai un breve messaggio in segreteria, dicendo che l’avrei richiamata ancora. Ma più tardi il sole sarebbe calato e come in una fiaba nordica così sarebbe arrivato il buio nello stomaco e il freddo nelle ossa.

Sul Pont de Machine le mie monete scarseggiavano, come quelle del ragazzo che faceva giochi di prestigio accanto a me. Risposi ai suoi sorrisi, piacere Julien. Mi disse che se avevo voglia di aspettarlo ancora un po’, saremmo potuti andare al caldo a casa sua. Non era affatto primavera quassù e io ero armata alla leggera. L’ultimo giorno di aprile in una stanza occupata tra le cento di uno squat a Paquis sono morta e rinata con Julien. Mi ha strappato dai denti l’amore che avevo impigliato dentro, come un metallo raro non ancora ossidato dall’aria delle parole, una vena pura. Ha capito che la amavo ancor prima di liberarmi dal suo abbraccio, molto prima che confondessi lui col nome di M. Così seduti sul ciglio di un letto ad una piazza, di colpo amanti non corrisposti di donne irraggiungibili, Julien mi raccontò del suo amore di un tempo, che lui chiamava “la signora”, quella che annullava gioie e dolori, la sostanza suprema. Adesso ne moriva di nostalgia, lentamente ogni giorno.

Uscii da quella camera all’alba, a pancia vuota, mentre girava ancora il nastro dei Noir Desir. Prima che anche le mie gambe si annullassero e con loro tutto il senso del mio vagare nella città straniera, cercai qualcosa che fosse ancora fatto di carne e sangue. Comprai uova, pancetta, latte e pane, un salasso svizzero per il mio portafoglio.
La chiamai di nuovo da un telefono pubblico di fronte a casa sua.

– Entra – rispose M.

Mi accarezzò i capelli annusandoli, diceva che il bianco mi donava e poi guardando le buste di cibo in mano capì che ancora non avevo mangiato. Lei così sottile e eterea, senza più carne e poco sangue, mi guidava ai fornelli mettendo su un tè alla verbena e menta, l’unica cosa che buttava giù dopo aver smesso anche di mangiar carote.
Scherzando mi disse che pancetta e uova avrebbero rimesso al mondo un moribondo, peccato che lei non sentisse più la fame. Volevo cucinare per lei e finii con riempirmi due volte tanto, per scongiurare la morte forse.

A quel punto mi invitò nel suo letto, voleva riposare ancora un po’ perché la sera sarebbero venuti a prenderla. Con un foglio aveva rinunciato alla sua volontà, perché il suo corpo potesse tornare a nutrirsi. Tremavamo entrambe, lei per il freddo. Le tenni il viso tra le mie mani e mi vergognai un po’ che sapessero di cibo. Ridisegnai le sue sopracciglia lievi con la punta delle dita e poi scesi giù fino al collo. M. fermò la mia mano e si girò su un fianco.

– Rimani con me – mi disse, mentre il mio corpo come un grande cucchiaio raccoglieva i pochi grammi del suo.

Qualche mese fa la incontro a pranzo dopo 15 anni, ha i capelli lunghi e ride con i suoi tre bambini e un marito premuroso, un predicatore. Mangia poco ma mangia. – È calda la tua zuppa? -.

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Commenti (95)

  1. e ora qualcosa di completamente diverso: https://www.youtube.com/watch?v=KNZXekDK63o

  2. Leggo il commento della suggestione mazzantini e penso: ecco, che decadimento di gusti. Vabbè che la sottocultura lesbo non ha mai brillato per scelte di qualità(ai miei tempi mi vi piaceva dolcenera

  3. Amo le tue storie e il modo in cui le racconti.
    Mi ci immergo e inizio a sognare..

  4. Mi intrometto anch’io nella discussione, perché trovo davvero incredibili certi commenti.
    Credo che definire la scrittura di Ingrid “oggettivamente brutta” o con espressioni ben piú colorite come ho ne ho lette tra i commenti precedenti, sia chiaramente sintomo di non sapere ciò di cui si sta parlando.
    Lo stile puó piacere o non piacere, questo é naturale, ma l’oggettiva bruttezza di uno scritto é tutt’altro.
    Detto questo credo che qui dentro ci sia piú di una persona che nella sua vita qualche libro l’ha letto e se a molte gli articoli sono piaciuti, beh, qualcosa vorrà pur dire!

    Ps: Personalmente adoro il suo stile, mi ricorda quello di una scrittrice che mi ha tenuto compagnia per tutta l’adolescenza e ogni volta bastano due righe per colpirmi

  5. Mi intrometto nella discussione soltanto per dire che a me la rubrica di Ingrid piace, e molto anche. Oltre al contenuto trovo interessante anche la forma. Lo stile è tagliente, crudo, intenso, e trovo che rispecchi molto la sostanza degli episodi di vita raccontati. La forma frammentata, a tratti allusiva, rende poi decisamente bene l’idea del ricordo, sempre frammentato anch’esso, al contempo nitido e sfuggente. Non scrivo queste cose per ergermi a critica letteraria, sia chiaro, ma dire che la scrittura di Ingrid sia “oggettivamente brutta” mi sembra ingiusto, fosse anche soltanto per il fatto che io e altre persone, l’abbiamo trovata bella.

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