Questo sito contribuisce alla audience di

Lez come together – Girl 6 per un giorno

2-Flowers-lez-come-together

Lez come together  è una rubrica che si può leggere come un’unica storia o anche un pezzetto per volta, saltando avanti e tornando indietro. Un ipertesto di esperienze che hanno formato ed educato il sentimento di una giovane donna.

Ero molto giovane e senza patente – che fossi maggiorenne lo so per certo: prima dei 18 i miei genitori mi avevano impedito ad ogni costo di lavorare. Ricordo bene il giorno del mio diciottesimo compleanno, perché andai dritta in Comune a fare il libretto di lavoro e subito dopo all’ufficio di collocamento per iniziare la ricerca di un impiego non qualificato.

Quando risposi all’annuncio di un call center, la descrizione vaga suggeriva un telefono amico dove requisiti fondamentali fossero pazienza, disponibilità all’ascolto, savoir faire. Al colloquio nessuno mi aveva chiesto l’età. Prima volevano accertarsi che sapessi rispondere al telefono. Avrei iniziato quel giorno stesso un periodo di prova, retribuito solo al termine di tre giorni full time. La prospettiva di non aver sprecato un viaggio di un’ora mi sollevò e tralasciai di chiedere qualsiasi dettaglio. Tutti sembravano sollevati dal non dovermi spiegare cosa avrei dovuto fare. L’avrei capito da sola di lì a poco.

C’era una cabina a vetri nell’angolo dello stanzone, una sorta di centralino dove il capo smistava le chiamate e ne vedeva la durata. Eravamo ancora negli anni novanta e usavamo la cornetta, nessun computer o cuffiette. La mia unica collega E. era lì da più tempo e aveva imparato a farlo bene questo lavoro. Non le costava troppa fatica, diceva che in fondo gli uomini che chiamavano erano facili da soddisfare. Appresi da lei che erano solo uomini quelli che chiamavano, ma mi ci volle un po’ di tempo per capire il resto. Diceva che questo lavoro la teneva in esercizio per il suo fidanzato.
– E tu ce l’hai un fidanzato? – mi chiese.
– No, non ce l’ho -, risposi asciutta, per non dire che non ne avevo mai avuto alcuno. Lei, d’altra parte, sembrava soddisfatta di quella risposta. Mi disse che era meglio così, era stufa di fidanzati gelosi alle porte. Soprattutto dei militari o dei carabinieri. Quella prima di me sembrava avesse piantato un gran casino.

Arrivò la prima telefonata e me la cavai facendo un mucchio di domande, non lasciavo il tempo al mio cliente di parlare, fino a che dopo un sospiro più grande non sentii che cominciava a piangere. Lo consolai come potevo mentre E. mi fece l’occhiolino. Stavo superando il blocco dei tre minuti, avrei potuto agganciare. Mentre il capo alzava i pollici dalla sua cabina, mi colse un sorriso, iniziavo a capire che cosa stavamo facendo là dentro, ma stranamente non ne ero turbata. Rifiutavo l’idea di essere in balia delle domande, volevo essere io a decidere in che direzione mandare la conversazione. Dicevo solo quello che mi andava di dire, il resto lo facevano gli uomini da soli e, quando scattavano i tre minuti, riagganciavo. Che avessero finito oppure no.

E. mi teneva d’occhio e verso fine mattina, le sembrai apposto. Avevo fatto solo qualche chiamata troppo breve, ma pensò che fosse il momento giusto di darmi dei consigli su come tenere attaccati alla cornetta i clienti.
– Non ti ho ancora sentito fare un blowjob – lo disse in inglese. Potevo immaginarne il significato e le risposi che non ero sicura di averne fatto mai uno.
– Credimi te lo ricorderesti – mi disse con un sorriso – meglio se non ne hai mai fatti, imparerai da un’esperta, alla pausa pranzo ti faccio vedere come si fa.
La veterana mi prendeva sotto la sua protezione, ero sistemata, avrei imparato tutto quel che c’era da imparare, avrei preso i miei soldi e trovato una casa per conto mio. Forse saremmo anche diventate amiche.

Dividemmo un panino che E. si era portata da casa, non c’era tempo per uscire a comprarsi qualcosa. La ringraziai e le dissi che il giorno dopo ne avrei portati due io, da casa. Il blowjob era facile al telefono, si trattava di far credere di aver un sassolino in bocca, ma non troppo piccolo, e accompagnare il tutto con dei suoni gutturali. Non ne fui particolarmente persuasa e non provai a farlo, tanto più che non avevo niente da mettere in bocca. Mi fece comodo, invece, la lezione di petting che la nostra compagna di classe I. aveva offerto a noi illibate, qualche mese prima. Oltre alla morbidezza del tatto, il ritmo.

C’era una canzone di Dalla che era semplicemente perfetta, avremmo soltanto dovuto andare a tempo di quella canzone, làlallalÀ làlallalÀ e il resto sarebbe venuto fuori da solo. Così iniziai a parlare in rima, mettendo gli accenti dove doveva starci una discesa e inspirando nelle salite. Funzionava. Pensavo al flauto di Hamelin che liberava la città dai topi. Se continuavo a suonarlo sarebbero usciti tutti fuori e forse avrei liberato quegli uomini e le cattedrali della loro solitudine. In potenza, sentivo di poter fare ogni cosa senza commettere peccato alcuno, nessun coinvolgimento, né con la testa, né col corpo. Non mi interessava fare sesso e tanto meno con gli uomini, ma avevo bisogno di sapere cosa fosse. Al telefono, nessuna sensazione di corpo violato, nessun odore, bisognava solo aspettare, con una mano alla cornetta e l’altra su un libro.

Cominciai a chiedere loro come fossero vestiti per evitare che lo chiedessero a me.
– Porti la cravatta? Sei al lavoro? Ti stai per sposare? Sei in pigiama? Togliti quel pigiama, mettiti davanti allo specchio e guardati. Devi prendere una decisione importante? Non prenderla adesso, dopo la telefonata, fai un bel respiro lavati le mani, indossa il tuo vestito migliore e fatti una passeggiata al parco. Ricomincia tutto da capo -.
Essere assertiva funzionava.
– Non puoi portare il telefono con te, non è un cordless, ma fallo comunque, io ti aspetto -.
I minuti scorrevano veloci.
Con chi non voleva stare gioco, potevo permettermi di riagganciare. E ne avevo già diversi che avevano seguito i miei suggerimenti. Al capo interessavano i risultati e a giudicare dai minuti, avevo già superato brillantemente la prova e poi c’era un patto chiaro.
– Se qualcuno ti da noia, riaggancia. Ma vedi di non farti dare noia -.

Il capo era giovane e mi chiedevo che cosa dicesse di fare nella vita. Era sposato, a giudicare dall’anello, e se non aveva ancora messo al mondo dei figli, li avrebbe avuti a breve. Immaginavo che stesse mettendo da parte dei soldi, per dare un futuro migliore ai suoi figli, sperando che nessuno di loro avrebbe dovuto fare questo mestiere nella vita.

Non sapevo bene per quale incanto avessi potuto resistere fino a sera, ma il primo giorno era passato. Salutai E. e il capo assicurando che ci saremmo rivisti il giorno dopo. Non provavo assolutamente niente, nessuna corruzione del corpo e moralmente era quasi una questione di auto-aiuto. Certo meglio del vendere sacchetti della spazzatura porta a porta vestita con la pettorina gialla fosforescente, l’avevo fatto per due lunghi mesi prima di arrivare qui.

Ce l’avrei fatta, se non fossi dovuta tornare a casa dai miei. La paga era scarsa, forse anche quello rendeva il lavoro popolare e umano in senso lato. Fosse stata una paga da escort, mi sarei sentita il privilegio di pochi. Quelli che ci chiamavano invece erano i poveracci, che facevano telefonate di nascosto dai genitori, uomini finiti senza il lavoro ai quali dopo i tre minuti, se non lo facevano loro, suggerivo di riattaccare.

Poteva funzionare, se l’obiettivo fosse stato più urgente. La mia collega E. doveva pagare casa e il fidanzato aveva perso il lavoro. Io stavo dai miei e mettevo da parte i soldi per una fuga. Quei soldi mi servivano, eppure non era una questione di soldi. Quel che avevo fatto quel giorno era sperimentare in potenza, perché la pratica, fino a quel momento, non mi aveva mai lasciato la libertà di scegliere.

Sui binari di Lastra a Signa, cercai di formulare cosa non avrei detto a mia madre. Che avevo imparato a fare un blowjob, ma non per davvero? Che avevo incontrato uomini soli e nella solitudine di quel telefono avevo specchiato il mio costante non trovare qualcosa che mi corrispondesse? Di lì a poco avrei chiamato per dire che sarei mancata al lavoro.

Illustrazione di Sebastiano Ranchetti

Share Button

COMMENTI

WORDPRESS: 7
  • comment-avatar
    Sarah 2 anni

    Molto bello, grazie !

  • comment-avatar
    annabelle 2 anni

    Molto intenso e interessante! Ho avuto qualche problema con la sintassi, ma ho avuto l’impressione di guardare attraverso gli occhi della protagonista, quindi… Grazie :)

  • comment-avatar
    Ro 2 anni

    Bellissimo racconto…bello come un’epatite fulminante.
    Va bene così mile? Ahahaha

  • comment-avatar
    Anna 2 anni

    Bel racconto, ma che tristezza stì poracci..