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Lez come together. La ragazza del bus 23

da Ingrid 47 visite0

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Lez come together  è una rubrica che si può leggere come un’unica storia o anche un pezzetto per volta, saltando avanti e tornando indietro. Un ipertesto di esperienze che hanno formato ed educato il sentimento di una giovane donna.

Si fanno tutte api intorno al biondo di T., succede spesso e quando accade mi limito a sbronzarmi un po’ più in là senza perderla di vista. Poi cerco di portarmela a casa prima che qualcun altro lo faccia al posto mio. A Boston non conosciamo nessuno e la difficoltà di ammettere che, da quando siamo qui, niente funziona tra noi, ci condanna ogni giorno ad entrare ed uscire dallo stesso letto.

Stasera una ragazza dimessa e fuori dal coro ronzante, si siede al bancone accanto me, io le sorrido e mi chiedo com’è che non le piacciono le bionde. Lei si chiama Laura e parla molto piano. La incoraggio a parlare più forte e faccio cenno alla risata grassa di T. che ammalia il suo nuovo pubblico.

Laura mi capisce, anche lei un tempo si era innamorata di una bionda. L’aveva osservata per mesi salire e scendere dal suo autobus, i vestiti che indossava, i capelli corti color platino all’inizio, la ricrescita scura poi e qualche settimana più in là, la tosatura che le scopriva le orecchie piccole. Era un’americana a Firenze nel suo semestre all’estero, ma aveva scelto una camera in periferia per imparare meglio la lingua e ogni giorno faceva un’ora di bus per andare a lezione. Le dico fiera che Firenze è la mia città ma Laura non pare stupirsi. Forse ha già riconosciuto l’accento.

La speranza di non essere più una giovane americana sola era riposta in quella mezz’ora di tragitto sul bus 23, ogni giorno, eccetto il sabato. Quando Laura vide salire la bionda per la prima volta le si parò davanti per sapere dove sarebbe scesa e quando le chiese il permesso facendosi largo verso l’uscita, sentì che in gola le moriva un “prego”. A volte con l’autobus pieno, riusciva a starle dietro e le annusava i capelli. Se aveva fortuna si sedeva accanto a lei per sbirciare i titoli dei libri che teneva legati ad una cinghia. Se l’autobus frenava lasciava che le cascasse addosso per poterle dare una mano.

L’ultimo giorno decise di scendere alla fermata della ragazza che bionda non era più. Cercò parole leggere fino all’angolo della strada, ma prima di poterle gridare qualcosa la vide sparire veloce in un alveare di palazzi. Tornò alla fermata, si comprò un gelato e aspettò l’ultimo suo 23.

È una bella storia penso, è bello innamorarsi così e non conoscere il finale, risparmiarsi la seccatura dello strascico. Poi mi guarda e accade tutto in fretta. Lascia scivolare quella frase che dovrebbe farci uscire dalla stanza insieme e camminare sotto vento, luna e pioggia e, come in un film, far dire agli altri “eccole lì, Laura e l’italiana conosciuta otto anni prima, in un Texas Steak House proprio sotto casa sua”. Gli occhi ballano ringraziando gli dei e le mani son già sulle ginocchia dell’altra, il collo si allunga. Ecco la frase, “I believe the blonde girl is here” che annulla l’incanto.

Mi guardo intorno con un senso di smarrimento la mia di bionda è sparita e dio solo sa da quanto tempo. Guardo Laura negli occhi e invece di leggerci quello che chiunque avrebbe visto, l’espressione sul mio volto la rincalca nelle spalle, gelida. Le rimane sulla bocca un bacio che perde colore mentre io esco dalla stanza immaginando T. a limonare stretta tra il corridoio e la porta del bagno. Ma non la trovo, né lì, né nelle stanze attigue. Comincio a pensare che se ne sia andata davvero. Esco. Accenno ad un mezzo giro dell’isolato, per darmi un tono, poi mi siedo sul marciapiede e penso che tra me e T. stavolta è davvero finita.

Mentre fisso lo sguardo su una bmx appoggiata ad un cassonetto, che viene voglia di salvare perché è così simile alla mia di bambina, finalmente capisco. Ricordo il primo gradino sbreccato al numero 90 del portone della casa dove sono nata, ricordo la strada fino al lattaio all’angolo. Se strizzo gli occhi da miope in questo opalescenza elettrica potrei giurare di vedere anche Laura laggiù che si sporge e poi torna indietro otto anni fa. Immagino la fermata del bus e lei rotondetta che si compra un gelato pronta ad affogare dentro a un bacio gianduia il suo mancato abbordo.

Mi rialzo e ho come la smania di rimediare, di sorprenderla da dietro e farle toc sulla schiena mentre al locale starà tracannando la sua terza birra. Sono così presa dall’immaginare già come saranno le nostre vite da domani che tornando alla Steak House quasi non mi accorgo di T. sulla soglia. Accenna un sorriso ma è tesa e vuole andare a casa. Le rispondo “va’ tu”. Mi chiama per cognome, come quando è arrabbiata. Non le rispondo e lei mi segue.

So già la faccia che farà Laura quando si volterà e le stamperò un bacio. Voglio che lo vedano tutti perché sono proprio io la sua bionda. Ma Laura non c’è e con lei sono andate anche le sue amiche, nessun biglietto per me, nessuna traccia del suo passaggio.

Siamo rimaste solo io e T senza il suo pubblico. Incasso il colpo e raccolgo le mie cose, una giacca e la bottiglia di birra, mentre T. si avvicina, morbida nel suo maglione felino. Non le parlo e mi vergogno un po’. Fuori mi offre un tiro di sigaretta rollata male, la finisco prima di montare sul bus che ci porta a casa.

Sediamo nei primi sedili, io chiudo gli occhi fingendo di aver sonno, mentre a lei monta una risata convulsa. Dice che mi è andata bene che quasi quasi ci finivo a letto con quella lì. Non rispondo e continuo a pretendere di dormire. Sì, continua, non me lo meritavo affatto, ma ci ha pensato lei a salvarmi. Il patetico biglietto che quella mi aveva lasciato, era finito nel filtro della sua ultima sigaretta.
“Ecco”, mi dice alla fine, “adesso siamo pari”.

Non ho la forza di litigare, ma scendo alla fermata dopo, incerta se tornare indietro a setacciare il marciapiede o starmene in giro per tutta la notte. Poi mi sembra che niente faccia davvero differenza, così torno a casa con l’ultimo bus, perché in fondo sono bionda anche io, come lei.

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