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Lez Come Together – Lolite e rockstar. Parte 1

da Ingrid 89 visite1

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Lez come together  è una rubrica che si può leggere come un’unica storia o anche un pezzetto per volta, saltando avanti e tornando indietro. Un ipertesto di esperienze che hanno formato ed educato il sentimento di una giovane donna.

La sera che conobbi T., mi parlò unicamente di una certa A., che lei considerava come una sorella, quella di cui tutte si innamoravano. Anche le donne di cui si innamorava T.. Dal racconto variopinto di T. pareva che le donne che fino ad allora A. avesse avuto fossero quelle che lei le aveva parato dinnanzi con una cadenza regolare, cavie mezze vive, dritte nella bocca del pitone. Poiché non riusciva ad odiarla, passava la vita a narrarne le gesta e vantarsene come se fossero un po’ anche sue.

Lasciammo gli amici al locale e affrontammo la notte tra la nebbia vaporosa di svariati bicchieri. Mentre T. camminava e parlava senza sosta, immaginavo come una grossa rete calare dal cielo sulla mia testa e T. con manovra abile da cacciatrice di topi offrirmi alla bocca rosa e morbida del pitone A.. La cosa mi turbava un poco. Eppure quando il nostro vagare finì davanti al suo portone, non potei fare a meno di salire a casa sua, forse perché dopo tutto quell’evocarla speravo che A. ci apparisse strisciando dalla cima delle scale.

L’adrenalina da preda, calò giù di schianto quando, fatti gli ultimi gradini, capii che A. non abitava con T.. Complice il vino, appoggiai la testa in grembo a T., lasciando che giocasse con i miei capelli, mentre mormorava qualcosa su quanto fossi piccola, bella e innocente. Forse mi parlò ancora di A., di centinaia di donne, che immaginai semi coscienti, come me, prezioso nutrimento nella dieta del pitone. Le avrei voluto chiedere quanto costasse mantenere un pitone, ma collassai prima.

La mattina sollevai il lenzuolo di scatto per controllare di essere vestita, tutto era al proprio posto, calzini, pantaloni e maglietta maleodorante. T. mi aveva ceduto il suo letto e preparava un caffè. Avrei preferito andarmene prima che si svegliasse, ma farlo sembrava insolente. Aspettai che fossimo davanti a due tazzine di moka amara, per riprendere il discorso della sera prima.

T., come rivolgendosi ad una fanciulla in fiore, disse, che meglio sarebbe stato che non mi avesse mai parlato di A., continuava a ripetere che ero troppo giovane per lei, scuotendo la testa, quasi fosse un’anima perduta. Ma la mia mente già correva al momento in cui ci saremmo ritrovate insieme, io e il Pitone appunto, una sorta di primo incontro backstage. Immaginavo A. come una rock star metal in declino, che da mordere pipistrelli sul palco davanti ad un pubblico in delirio, si fosse ritrovata a chiedere il permesso per suonare nei pochi pub che amavano ancora il rock glam portandosi al seguito uno sparuto gruppo di fan e groupie, come già mi sentivo io. Mi scottai la mano sulla caffettiera e fui nuovamente nella stanza con T.. La nostra conversazione era andata avanti anche senza di me e alla domanda di T. se ci saremmo riviste ancora, risposi di sì, senza riflettere se questo implicasse un invito a due.

Quando sulla porta le dissi di portare anche A. con sé, vidi la consapevolezza amara di chi si autocondanna a vivere sempre all’ombra di qualcuno. Del Pitone non mi importava neanche di sapere come fosse il suo viso, volevo solo essere la sua preda più giovane e vivere attraverso lei l’esperienza di centinaia di altre donne prima di me. La conoscevo solo come una groupie crede di conoscere il proprio idolo e già le avrei dedicato la mia giovinezza da spendere dietro le quinte, nei camerini (poiché mi continuavo a pensarla star), nelle feste, in tour, fin quando l’avesse voluta.

Quando uscii da quella casa, l’eccitazione mi riportò indietro alla prima volta in cui, senza esitazione, avrei offerto me stessa ad una persona adulta, perché credevo che solo così sarei a diventata visibile al mondo. Potrei aver avuto dieci anni ed ero a casa del mio istruttore di tennis per farmi accordare la racchetta. Lui aveva una figlia grande, L. che per lavoro girava il mondo. Mi raccontava spesso di lei e dei suoi viaggi oltre oceano, pause, alfabeti e profumi completamente nuovi per me. Più volte avevo ripercorso nella mia testa i viaggi di L., comprando kilim nei bazaar, pepi sichuan, tè bancha, immaginavo di essere la sua piccola aiutante che aspettava solo un suo sorriso alla fine di ogni incarico.

Quella domenica però fu speciale sopra ogni altra. L. aveva posticipato una delle sue partenze e faceva visita al suo vecchio. Anche L. giocava a tennis e portava sempre delle camicette aperte mostrando lo scollo e una collana sottile di metallo, i pantaloni eleganti con il risvolto in fondo. L. era elegante in un modo quasi maschile. Mentre suo padre era alle prese con la mia racchetta, L. mi chiese se non mi andasse di ascoltare un po’ di musica. Dissi di sì ed ero molto emozionata. Scelsi un disco che conoscevo a memoria, Thriller di Michael Jackson, era un vinile, ed io nata nell’era delle cassette non ne avevo ancora toccato uno.

Si chinò sul disco e poi si mise comoda su una poltroncina. Mentre sciorinavo a memoria Billie Jean, L. accarezzò con benevolenza il mio caschetto biondo dicendo che ero brava a ricordare tutte le parole. Rimasi in piedi a guardarla con struggimento e per il tempo di una canzone lunga, temo interminabile per lei, tenni la sua mano nella mia pronta a dichiarare, anche in inglese, che avrei fatto tutto quel che mi avrebbe chiesto e bene, purché mi portasse via con sé nel suo prossimo viaggio. Ma non feci a tempo, la canzone finì, L. si lasciò sfuggire un sospiro, evidentemente sorpresa da una caldana che le coloriva il viso a chiazze, e in modo confuso disse che dovevamo tornare di là dove suo padre aveva sicuramente finito di accordare la mia Head al carbonio blu metalizzato.

Per il resto del tempo cercò di non incrociare il mio sguardo mentre io non potevo fare altro che guardarla, cercando un segno sul quel volto sorridente, non più sincero. Quando fu ora di andare, L. insistette perché portassi via il vinile con me, ma mio padre che era venuto a riprendermi declinò il suo dono dicendo con fierezza che eravamo passati al compact disc. Se non fosse stato per lui oggi avrei almeno un vinile da suonare a ricordo di L. e di quei 4’54” in cui diventai la sua Billie Jean.

Mi fu chiaro anni dopo, che ostinarmi a volere il Pitone fosse come reiterare un sogno di bambina, quello di essere unica e insostituibile. E come in un sogno, persi di vista i dettagli del nostro primo incontro che avrebbero potuto facilmente sovrapporsi alla prima volta che mi svegliai nel letto di A..

– fine prima parte – 

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Commenti (1)

  1. Anche io mi ero presa una cotta per una molto più grande di me, quando ero piccola piccola piccola. Era la mia babysitter e sembravo una paperella, la seguivo ovunque starnazzante.
    E anche io ho il ricordo di una canzone, su cassetta però. Me lo sono ricordata mentre leggevo questa storia, ma poi mi è anche venuto in mente che era UNA ROSA BLU di ZARRILLO. Vergogna terribile e mi sono purgata ascoltandomi sei ore di Sick Tamburo per depurarmi.
    Comunque brava Ingrid, molto carino! :)

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