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Lez Come Together – Un santuario in radica su quattro ruote

da Ingrid 58 visite3

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Lez come together  è una rubrica che si può leggere come un’unica storia o anche un pezzetto per volta, saltando avanti e tornando indietro. Un ipertesto di esperienze che hanno formato ed educato il sentimento di una giovane donna.

A cosa servisse la stella, alcuni dicevano a mirare, altri ad ornare l’orlo di una giubba. A me non restava che immaginarlo sporgendomi appena sopra al volante, sprofondata nel sedile come da bimba nella poltrona del nonno. Per qualche anno guidai una vecchia Mercedes 200 che andava una bellezza, fino a che non le bruciai la testata. Era come avere un salotto in radica di legno, con divano convertibile in letto all’occorrenza.

Là dentro studiavo, viaggiavo, mi consumavo, mangiavo e valutai più volte la possibilità di dormirci per non dover tornare a casa da I. che da tempo mi aveva lasciata, tracciando una linea invalicabile tra le lenzuola di un letto condiviso. In quel salotto a quattro ruote, sopra una bombola a metano, cominciai a vedere C. Non ci baciavamo perché le poche volte che successe, finimmo per morderci, come due cani selvatici. Nessun segno o cicatrice era ammessa, così smettemmo di baciarci quasi subito.

Iniziava tutto con le mie mani sul suo seno e le sue che le guidavano in movimenti lenti e circolari, come a cercare una frequenza. Sulle onde corte viaggiava il suo respiro, un respiro lontano che usciva dalla terra stessa. E poi la dea della terra modulava nella mia gola parole di comando che non sapevo nemmeno io di avere. Iniziava la discesa nelle cavità molli, il salotto a quattro ruote con i suoi vetri appannati diventava santuario rupestre, con pareti grondanti e bianchissime, come le gambe di lei che le ordinavo di schiudere per farmi entrare. Era un culto nomade in un deserto di morti viventi, incapaci di immaginare il miracolo che avvenisse lì dentro. Esuli di giorno, ci perdevamo nei quartieri della piana tosco-cinese, sicure di essere lontane da occhi indiscreti, solo dopo isolati di ideogrammi che, al ritorno, C. si fermava a fotografare. Coraggiose di notte, approfittavamo di ogni sosta per reiterare il rito, non curanti del resto del mondo a due millimetri di lamiera.

Fuori da quell’auto, rinnegavamo la dea cento volte. Strofinamenti col sapone, strigliate di capelli, cambi di vestito, non doveva rimanere né odore, né ricordi, né progetti con C. Restituite alla vita esterna, tornavamo sempre più misere alle nostre case. C. era, per i suoi, la figlia che aspetta l’uomo giusto per abbandonare il tetto genitoriale. Io, per la mia ex, ero il porto sicuro dove aspettare il suo mercantile per i mari del sud. La sua attesa ritardava la mia guarigione. Oscillavo tra il terrore di essere abbandonata, rinunciando ai gesti che avevo condiviso per anni con I., e il desiderio cocente che se ne andasse senza lasciare traccia, per possedere C. in ogni centimetro di quella casa.

Ma quando successe, ebbi il sentore che fosse troppo tardi, mesi di culto alla dea in segreto, ci avevano rese circospette, incapaci di programmare alcunché. Di lì a poco la mia Mercedes, che al semaforo strappava ancora i sorrisi a 32 carati dei lavavetri e i cinque di giovanissimi venditori di rose, mi abbandonò. Fu il colpo di grazia anche per noi, con il santuario in rovina, iniziò la diaspora. Prima che finisse tutto, ci lasciammo e riprendemmo decine di volte. La discesa al piacere fu sempre più rara. Era come mangiare ad un banchetto con gli dei e poi vomitarne tutte le pietanze, per non rischiare che quel cibo ci fosse di nutrimento e contribuisse in alcun modo alla nostra evoluzione.

Negli anni ho pensato a quanto preciso fosse stato il nostro strumento a captare le onde corte di una stazione sperduta nel magma che brucia al centro della terra e quanto in fondo fosse semplice il suo funzionamento, l’imposizione delle mie mani sul suo seno, la rotazione di due coppe perfette di champagne e la resa completa di lei alle mie parole che modulavano l’intensità di un fluido che bruciava senza carbonizzarci. Mi sono sorpresa a chiedermi se quell’ingegnoso trucco funzionasse anche con altre persone dopo di me, o se per ognuna di loro ci fosse una combinazione diversa e infallibile. Anni dopo C. mi disse che ci eravamo spinte troppo in là in un punto di non ritorno. Oggi penso che dal viaggio al centro della terra si possa tornare solo con una storia da raccontare. E l’unico modo per salvare me, lei è tutto quello che è stato.

Illustrazione di Sebastiano Ranchetti

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Commenti (3)

  1. Lasci senza fiato. Grazie

  2. Complimenti,scrivi davvero bene.

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