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Lez Come Together – Una vergine a Portland

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Lez come together  è una rubrica che si può leggere come un’unica storia o anche un pezzetto per volta, saltando avanti e tornando indietro. Un ipertesto di esperienze che hanno formato ed educato il sentimento di una giovane donna.

Aspettiamo Gene al Great Lost Bear appena fuori dal centro. Non ho particolare voglia di vederlo, affatto direi. Ci beviamo un paio di Sam Adams, mentre Greg spiega al barista com’è fatto Gene. Lo conosce, ci dice, anzi giura che tempo pochi minuti vedremo il nostro uomo varcare la soglia. Io invece spero non arrivi mai e accarezzo l’idea di dormire in macchina, se non fosse che T. all’estremità del bancone sta già scaldando gli animi. Se restiamo altri dieci minuti si scatena la rissa tra chi vuole metterle la mano sul culo per primo e potremmo essere tutti nel prossimo romanzo di John Connolly, i cui libri sono sparsi ovunque qua dentro.

Ma ecco che arriva Gene, in tutta la sua pienezza. L’ultima volta che l’abbiamo visto era un americano divorziato a Firenze che svuotava le sue tasche al pub sotto casa, dove la principale attrazione era T., la mia ragazza, non certo per la sua abilità a fare cocktails. Adesso siamo noi a casa sua e avremmo passato la notte da Gene che da sempre vuole farsi la mia ragazza. Incede con passo malfermo, è solo un nativo sovrappeso, mi dico, che si distingue a fatica nella fauna di orsi e vitellozzi del Great Lost Bear.

Gene accetta una birra che si scola in un sorso e dopo un’evidente strizzata alle giovani carni di T., insiste che staremo meglio a casa sua. È presto e io penso che lo faccia di proposito per non dover ricambiare il giro, Greg crede sia al verde, T. gli sorride da gatta. Casa sua non la vediamo perché ci spinge sul retro in veranda, dove tempo un minuto comincia a servirci un cosmopolitan, che va giù bene e così il secondo. Al terzo sono combattuta se andare al bagno o cercare qualcosa da mangiare che ci faccia da spugna. Rovisto in cucina barcollando e Greg viene in mio aiuto, mentre T. ride forzatamente alle battute di Gene. Mangiamo una pasta scotta innaffiata di cosmo che berrò per l’ultima volta in vita mia, mi prometto.

E quando il letto sembra l’unica barchetta che ci possa salvare da questo mare di alcool, T. se ne esce con il giro in moto. Gli occhi catatonici di Gene hanno un guizzo e prima che possa oppormi, T. è già a cavallo della sua Ducati Mito. Prego Greg di seguirli in macchina, ma Greg è troppo ubriaco. Fuori ha cominciato a piovere e noi passiamo la successiva ora seduti sulla moquette a passarci una bottiglia di whisky. Iniziamo a chiamare Gene senza risposta. Fino a che non ci risponde T., un incidente dice, ma niente di grave, è sovraeccitata e parla troppo in fretta. Prendo le chiavi della macchina e con le camicie fradicie di adrenalina li raggiungiamo tra Fore e Silver Street. Solo qualche livido, la moto è scivolata sul pavé del centro mentre stavano facendo un giro, dice Gene con lo sguardo a terra.

T. sale con noi, siamo di fronte al Regency Hotel, forse Gene l’ha portata qua dentro. Nessuno si è fatto del male, mi ripete T., nessuno almeno apparentemente, per cosa diamine sta piangendo allora? Mi gira la testa, vorrei spaccare la faccia a Gene, ma so che al massimo potrei tirargli una bottiglia dietro e mancherei il bersaglio. Una volta a casa T. mi spinge nella camera, quella che usa la figlia di Gene nei weekend dispari, l’undicenne grassoccia della foto sopra il letto. Mi costringe a letto, mi spoglia e mi fa entrare per la prima volta dentro di lei. Dopo una lieve resistenza, più o meno quella che 2 cm di parete possono opporre ai suoi gemiti, mi ritrovo con le mani sporche di sangue. T. sorride e confessa di essere vergine, dice di essere la ragazza più felice del mondo e vuole che la stringa forte. Io mi sento stupida, ho voglia di vomitare ma la stringo a me perché è la cosa più vicina all’amore che ho in questo momento.

Il mattino quando ci svegliamo Gene è già uscito. T. si compra un vestito nuovo che si lascia addosso e facciamo colazione da Becky’s diner, uova sunny side up per me e Greg e un gigante milkshake per lei che la rende ancora più bimba ai miei occhi. Continua a ripetermi che sono il suo amore, forse per averle infilato le mani tra le gambe e averle fatto uscire quel sangue. Conto alla rovescia su quanto le durerà la fascinazione per la donna che le ha rubato la verginità. Dura fino al nostro rientro in Inghilterra dove per l’ultima volta facciamo l’amore ognuna lontana e proiettata verso quel che sarebbe accaduto dopo.

Illustrazione Funky Fresh Fäctory.

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1 commento per “Lez Come Together – Una vergine a Portland”

  1. Molto bello. Sono in sala d’attesa al ospedale e il racconto mi ha fatto passare l’ansia eheh ;) mi piace il tuo stile di scrittura

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