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#Lottomarzo. Lezpop aderisce allo sciopero delle donne. Dobbiamo imparare a dire NO!

da La Mile 1.229 visite0

Oggi 8 maro 2017 la redazione di LezPop ha deciso di aderire allo sciopero delle donne. Per chi non può assentarsi dal lavoro – precarie, lavoratrici sottopagate – ci sono tanti altri modi per prendere parte all’iniziativa, come indossare abiti rigorosamente neri e fucsia. Ma più di ogni altra cosa, oggi noi dobbiamo imparare a dire no.

Sin da piccole ci hanno insegnato ad essere accondiscendenti, perché accondiscendenti sono le nostre mamme, le nostre zie, le nostre nonne. Non è un insegnamento che viene tramandato in maniera consapevole. Ma quanti uomini abbiamo visto chinare il capo e dire “sì, va bene, lo faccio anche se non ne ho voglia”?

Al lavoro, a scuola, è sempre così. O quasi. Gli uomini possono permettersi il lusso di dire molti più no di noi. Nessuno licenzia un uomo perché diventa padre. Se un familiare è malato, si dà per scontato che sia la donna ad accudirlo – e putacaso, anche le badanti sono donne. Se il figlio non sta bene, è la mamma che fa i salti mortali per stargli accanto. Questo succede da nord a sud, indistintamente. Poi ci sono situazioni “innocue” all’apparenza, solo perché siamo assuefatte all’idea che la donna debba dire sì, il maschio no.

Vi racconto un aneddoto dei tempi in cui andavo all’università. Ho studiato all’Orientale di Napoli, posto pieno zeppo di anarchici, femministe, gay, lesbiche, comunisti convinti, personaggi bizzarri di ogni età ed etnia. Insomma, ambiente stra friendly. Bene, di fronte alla sede principale dell’università c’era un bar, dove lavorava un cameriere molto carino. All’epoca – vi parlo del 1998 – frequentavo un gruppo di gay parecchio appariscenti. Mi divertivano, ed io ero la loro mascotte lesbica. Un giorno il proprietario del bar viene al nostro tavolo e ci chiede di alzarci. Il motivo? I miei amici avevano “molestato” il cameriere.

Omofobia, direte voi. No, maschilismo. Perché è vero, nei giorni passati i miei amici erano stati fastidiosamente invadenti col giovane ed avvenente cameriere. In un primo momento avevo provato a sedare la loro esuberanza, ma senza successo. Poi un pensiero era spuntato nella mia testolina di ventenne: questo baldo giovane scoprirà cosa devono sopportare le sue colleghe. Perché se la “vittima” fosse stata una donna e a fare apprezzamenti pesanti fossero stati maschi eterosessuali, il padrone del locale avrebbe protestato?

Non ho mai fatto la cameriera, quindi non posso parlare per esperienza personale, ma all’epoca la mia migliore amica lavorava in pub a Pompei. Ogni sera tornava a casa con l’elenco degli uomini che avevano provato ad abbordarla, che le avevano messo una mano sui fianchi e robe simili. Del resto, era stata assunta per questo: bella, simpatica e spigliata. Nella mente del proprietario, e dei suoi clienti, una donna, una cameriera, doveva essere carina con tutti – vi sto parlando di un pub “fighetto”, non della bettola di periferia. 

Siamo nel 2017. Tante cose sono cambiate. Ma l’idea che una donna possa ribellarsi, dire no, e avere tutto il diritto per farlo, è ancora lontana dal sentire comune. Tanto che, in alcuni casi, i no delle donne hanno conseguenze gravissime – non amo troppo la parola feminicidio, ma a quello mi riferisco. Ma è solo la punta dell’iceberg. Sotto ci sono miliardi di sì che diciamo ogni giorno controvoglia, perché così va il mondo. Per paura. Paura di perdere il lavoro, paura di perdere l’uomo o la donna che amiamo, paura di non essere apprezzate come mamme. Come donne, come amanti, come lavoratrici. Del resto, a parità di livello, guadagniamo meno degli uomini, e siamo molto meno propense a chiedere un aumento. Non si tratta di un meccanismo conscio. Ma il frutto di tutti i sì che ci hanno tramandato col latte materno.

Ecco perché, oggi scioperiamo. Perché dobbiamo imparare a dire no. Anche al profitto, se è necessario. 

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