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National Geographic senza bimba trans per piacere ai Vescovi! CENSURA

da Redazione 315 visite7

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Abbiamo gioito quando abbiamo scoperto che il National Geographic avrebbe dedicato un intero numero alla “gender revolution” mettendo in copertina una bambina transessuale di 9 anni. Un segnale forte e chiaro della libertà di essere se stessi, ad ogni età, senza pregiudizi.

National Geographic: la bimba transgender in copertina è la cosa più bella del 2016!

Peccato che in Italia il numero è stato censurato e hanno cambiato immagine di copertina per rassicurare la Chiesa! L’offensiva da parte dei vescovi aveva avuto inizio attraverso un vergognoso articolo di Luciano Moia dal titolo “Bambini sbattuti in prima pagina per la propaganda transgender” su Avvenire.

Il National Geographic ovviamente ha cercato di far capire il senso dello speciale in pubblicazione: “affronta la questione dal punto di vista scientifico, psicologico, sociale, etico e naturalmente etnico, considerando anche gli stereotipi di genere presenti nelle diverse culture umane. E illustra anche, non solo, casi di bambini, tra cui Avery Jackson, la ragazzina che compare nella copertina americana ma non in quella italiana, che le allego. Mi pare invece che l’autore dell’articolo apparso su “Avvenire” abbia trattato il numero con superficialità, senza approfondirne con attenzione i contenuti. Perché National Geographic prende atto di una situazione di grande attualità, molto dibattuta, e la analizza da tutti i punti di vista, senza pregiudizi né posizioni dogmatiche, come è caratteristica di una rivista che racconta il mondo per ciò che è, senza piegarlo ad alcun tipo di propaganda, come invece si vorrebbe far credere.

Ma viste le posizioni poco aperte di Avvenire e della Chiesa su queste questioni Luciano Moia aggiunge:

Non so, gentile direttore Cattaneo, se lei ha figli. Se ne ha, potrà –come padre, oltre che come collega– comprendere più facilmente le nostre riflessioni. In caso contrario sono certo che ne intuirà, almeno idealmente, gli obiettivi che – proprio per sgombrare subito il campo da riferimenti inopportuni che lei solleva con garbo, ma anche pregiudizio – non hanno alcuna prospettiva «dogmatica». Per valutare il vostro ampio dossier, siamo infatti partiti da un punto di vista umano. Di fronte a bambini afflitti da disturbi della differenziazione sessuale – che la pediatria considera patologie – è giusto far riferimento a sovrastrutture cariche di ambiguità come quelle che pretendono di «superare la “binarietà” maschile e femminile» (sono parole che leggo nella vostra rivista)? A noi sembra che da un lato ci sia un serio problema medico-scientifico, dall’altro quello che la vostra caporedattrice Susan Goldberg sintetizza come l’obiettivo di «rivolgere uno sguardo nuovo al problema del genere». E quale sarebbe questo sguardo nuovo? Quello che pretende di dissolvere la bellezza e la verità del genere femminile e di quello maschile in un indistinto “middle sex” o “gender fluid” (uso ancora termini che leggo nel vostro dossier)? Se ne può discutere. Ma se lei parla con i pochi psicologi che, coraggiosamente, accolgono e accompagnano i ragazzi alle prese con disturbi dell’identità di genere, sentirà solo storie di disagio, malessere, ribellione, insoddisfazione. Altro che “sguardo nuovo”.

Nessun riguardo per i bambini transgender dunque, ma le teorie infondate di Moia continuano arrivando ad essere offensive:

Attenzione, qui l’omosessualità non c’entra nulla. Siamo ancora a una fase prodromica che, come le ricerche ci attestano, in 8 casi su 10 si risolve con l’accettazione del proprio sesso biologico. Parliamo di scienza, non di ideologia. È la pretesa di confondere i due aspetti che alimenta i nostri dubbi sul vostro approccio. I bambini afflitti da quello che viene anche definito “sesso incerto” – come quelli appunto che lamentano disturbi di identità di genere – vanno accompagnati con tenerezza e rispetto, attenzione e competenza. La loro sofferenza non si risolverà sbandierando e propagandando rivoluzioni antropologiche che sono tali solo nelle pretese di un’ideologia ignara dell’umano e tesa soltanto a inseguire chimere – non a caso Goldberg parla di “spettro” – che tradotte in dinamiche esistenziali aprono la strada a problemi ancora in parte inesplorati.

E se si cerca di far riflettere questi signori, per tutta risposta ribadiscono:

Lei è libero di non frequentare le nostre pagine, non di presumere con qualche sussiego che cosa scriviamo in esse, nutrendo informazioni e valutazioni di conoscenze, approfondimenti, verifiche, confronti che non datano da ieri e che mettono sempre al primo posto il diritto dei più deboli e più sfortunati. E questi bambini tali sono, e hanno il diritto di veder salvaguardata la propria speranza di crescere nel modo più sereno e tranquillo possibile, accanto ad adulti disposti a offrire loro le migliori condizioni sociali, economiche e ambientali (e in questo caso anche medicoscientifiche). Lei è sicuro che gli adulti che hanno trasformato la piccola Avery Jackson in una testimonial dell’ideologia transgender, inducendola a riferire concetti del tutto incredibili per una bambina di nove anni, possano rientrare in questo novero? Noi – proprio perché attenti da sempre ai diritti dell’infanzia – abbiamo molte, molte perplessità. E, come genitori, non possiamo che rivolgere alla piccola Avery la nostra affettuosa e partecipe vicinanza. Con l’augurio di poter trascorrere un Natale lieto e spensierato, come tutti i bambini della sua età. Senza essere sbattuta in prima pagina, cosa che almeno lei – qui in Italia – ha evitato di fare, differenziandosi dai suoi omologhi d’Oltreoceano. Ricambio il suo saluto anche a nome del direttore di questo giornale.

Quindi National Geographic non solo ha censurato un numero storico, ma ha avallato le teorie bizzare di Avvenire che per proteggere i bambini transgender, li invita a curarsi. Che belle la coerenza e la compassione cattoliche!

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Commenti (7)

  1. ma poi nessuno vuole abolire le differenze, o abolire maschile e femminile: avery jackson è una bambina, è una femmina solo che diversamente dalla maggioranza statistica delle bambine è nata in un corpo maschile

  2. Ragazze, calma e sangue freddo: ecco qui la spiegazione di National Geografica Italia

    /news/speciale_gender_domande_e_risposte

  3. E meno male che si chiamano “Avvenire”!Forse “Medioevo” sarebbe piú rappresentativo…

  4. Ma National Geografic ha spesso “sbattuto” bambini in copertina, testimonial delle etnie o delle culture a cui appartenevano e nessuno ha mai avuto da ridire, credo. Famosissima ad esempio, la bimba dagli occhi blu con velo islamico, fotografia che è divenuta un emblema dei bambini che vivono la guerra in Medio Oriente. Adesso invece, l’immagine di questa bambina viene praticamente accusata di mercificazione, almeno è quello che colgo io dalle parole del tizio di Avvenire. Chissà perchè!

  5. Provo profondo imbarazzo per l’ottusità di questa gente: prima o poi il loro “Medioevo” mentale verrà distrutto…

  6. I cambiamenti culturali avvengono lentamente, nel dialogo e nel confronto, non nell’imposizione della propria verità. La copertina italiana non può essere uguale a quella americana perché l’Italia, gli italiani e la cultura italiana sono altro, e sarebbe superficiale non tenerne conto. Se il cambiamento della copertina è sufficiente a giudicare una rivista che non solo ha dedicato con coraggio l’intero editoriale al delicato argomento, ma che l’ha fatto con attenzione, precisione, tatto e scientificità, ho l’impressione che il giudizio sia di chi alla copertina, appunto, si ferma, tralasciando la cosa più importante: il contenuto.

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