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Perché il matrimonio per gay e lesbiche è molto più di un semplice “sì”

Questi sono giorni cruciali. Lo sappiamo benissimo. Con la discussione al Senato del ddl Crinnà sulle unioni civili, abbiamo assistito al meglio e al peggio della politica italiana. Abbiamo fatto suonare le nostre sveglie in 100 piazze d’Italia, e poi c’è toccato l’ennesimo Family Day. Sui media si sono moltiplicati articoli, servizi televisivi, dibattiti e infinite discussioni su temi a noi cari: coppie gay, famiglie arcobaleno, omogenitorialità e stepchild adoption (parole tanto impronunciabili, quanto odiate dai senatori di destra).

Ma cosa cambierebbe se anche in Italia passassero queste benedette unioni civili? Nel suo intervento, il senatore PD Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay, ha esordito ricordando il 1986, l’anno in cui per la prima volta fu presentata una legge per regolare le coppie di fatto, e ha aggiunto: «Un’altra generazione di lesbiche e gay italiani è invecchiata o se n’è andata senza che lo Stato riconoscesse la dignità dei loro amori». La questione generazionale di cui parla Lo Giudice è fondamentale. Perché introdurre le unioni civili in Italia vuol dire cambiare la prospettiva a chi verrà dopo di noi.

Un po’ di tempo fa avevo raccontato degli anni ’90, quando scoprivo la mia omosessualità, faticando nel riconoscermi nei pochissimi modelli di lesbiche dichiarate che c’erano all’epoca (essenzialmente Martina Navratilova e k.d. Lang). Ma su una cosa non mi soffermata a riflettere: l’assoluta mancanza di riconoscimento da parte dello Stato. Nel 1989, il primo paese a introdurre le unioni civili fu la Danimarca. Nel resto del mondo, essere gay e lesbiche voleva dire vivere “ai margini” della società (pensate allo stigma sociale che ha accompagnato per tutti gli anni ’80 la comunità gay “a causa” dell’AIDS). Del resto, fino al 1995 essere gay o lesbiche voleva dire essere considerati malati di mente. Il 17  maggio di quell’anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità depennò l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali.

Allora, pochissimi erano i paesi che riconoscevano le unioni tra due persone dello stesso sesso, prima la Danimarca, poi l’Olanda e a seguire i paesi scandinavi. Ed io, poco più che adolescente, pensavo: «Un giorno questa cosa succederà anche in Italia». Nel frattempo, per quanto mi sforzassi, continuavo a sentirmi una mosca bianca, una persona “da meno” rispetto ai miei coetanei. Non mi sono mai vergognata del mio orientamento sessuale, ma era inevitabile: ero “diversa” perché la società e lo Stato mi consideravano tale. “Il giorno più bello della mia vita” non sarebbe mai stato il giorno del mio matrimonio, al massimo il giorno della laurea. Sono cresciuta così. Aspettando il momento in cui questa cosa, che non sapevo nemmeno come chiamare, arrivasse anche in Italia. Ora lo so: questa cosa si chiama uguaglianza.

Certo, sposarsi non è un obbligo. E non è nemmeno come ironizzano in tanti “gli unici a volersi sposare in Italia sono i gay”. No, noi non vogliamo sposarci a tutti i costi: vogliamo solo avere la possibilità di farlo. Questa possibilità, ed è quello che non hanno capito tanti politici e, ahimè, tanti italiani, vuol dire molto di più di un matrimonio. Vuol dire essere uguali. Vuol dire crescere sapendo che non sei la mosca bianca, quello “diverso”, perché lo Stato ti tratta da diverso: diventi adulto, paghi le tasse, e festeggi amici e parenti eterosessuali che si sposano, fanno figli, e se a te va bene, al massimo puoi sperare di andare all’estero, tornare in Italia e chiedere a un ufficiale dell’anagrafe di trascrivere l’atto del tuo matrimonio.

Permettere a gay e lesbiche di sposarsi vuol dire regalare alle nuove generazioni un orizzonte diverso: l’orizzonte dell’uguaglianza. Ora, se le unioni civili dovessero passare, ci dovremmo accontentare di un’uguaglianza “speciale” (come speciali sono le nostre formazioni sociali, no?). Ma è un primo passo (anche se in ritardo di circa vent’anni rispetto al resto del mondo occidentale) affinché nessun gay, nessuna lesbica e nessun bisessuale debba più crescere pensando di essere una “mosca bianca”, perché discriminato dallo Stato.

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La Mile

Lazy and creative. Proud mommy of an amazing girl pug.

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3 thoughts on “Perché il matrimonio per gay e lesbiche è molto più di un semplice “sì””

  1. Stavo pensando proprio a questo la sera in cui io e la mia ragazza, la mia compagna, siamo andate a vedere Carol. In sala c’erano numerose coppie di donne sui 60-65 anni, mi è venuto spontaneo pensare che probabilmente molte di loro fossero effettivamente delle coppie ed ho detto alla mia compagna: “Ti immagini cosa devono aver vissuto? Quanto dolore e quanto isolamento in una società che non le accettava?”
    È difficile considerarci fortunat*, eppure rispetto a loro lo siamo eccome. Da qualche giorno ho realizzato anche che questo DDL davvero potrebbe rendere (più) legittimo agli occhi di molti ciò che noi siamo effettivamente e, nonostante sia in parte triste averne bisogno, non vedo l’ora.

  2. Siam comunque ancora ben lontani dal resto del mondo.
    E siamo nell’occidente, quello civilizzato e “cattolico”.
    Purtroppo non basta una legge per cambiare un pensiero. Una prova è difatti quella contro la discriminando delle persone nere. Ancora molto viva, sia in Europa che in America.

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