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Perché la parola queer spaventa le lesbiche “estreme”?

Nuova crociata di Arcilesbica: combattere il queer perché cancella l'identità lesbica

In origine veniva utilizzato per indicare ciò che è “strano”, “bizzarro”. In opposizione a “straight”, ovvero “dritto” (per estensione “eterosessuale”), a partire dal secolo scorso, infatti, in ambiente anglofono, queer diventa l’equivalente di “frocio”. Ma di fatto, vuol dire tutto e niente.

Se per molti queer è un termine ombrello che comprende le identità che non si riconoscono nel binarismo di genere e nella categorizzazione degli orientamenti sessuali, per altri queer è il male. Un indifferenziato che minaccerebbe l’identità lesbica e femminile. Ennesimo territorio di battaglia per Arcilesbica.

I’m a lesbian, not queer è una delle ultime dichiarazioni lanciate dalla pagina Facebook dell’associazione, alla quale sono seguiti una miriade di commenti no sense. Come dibattere del nulla, perdendosi nel nulla. Ma perché fa così paura la parola queer alle attiviste di Arcilesbica?

Cos’è il queer?

Il “queer” è un concetto talmente astratto da non aver mai valicato i confini delle discussioni accademiche. Come termine dovrebbe comprendere tutto ciò che non si identifica nell’idea binaria ed “eteronomativa” della sessualità e dell’identità di genere. Queer spazia dal BDSM alle questioni di genere. Queer è tutto ciò è nel mezzo e si rifiuta di cedere al pensiero binario.

Queer è negli interstizi tra l’opposizione maschio/femmina, bianco/nero, etero/gay. Ma non per questo con la parola queer si vogliono annullare le differenze di genere tanto care ad Arcilesbica. O per meglio dire, è proprio quando le differenze di genere vengono stigmatizzate che si crea un corto circuito.

Negli ultimi anni, l’associazione delle lesbiche “estreme” collega le battaglie femministe ad una rivendicazione quasi maniacale delle differenze biologiche tra donne cis-gender (donne biologicamente tali e che non vogliono “transitare” da un sesso all’altro) e uomini, che siano etero o gay poco conta. Una differenza che vale anche per le donne transgender: in passato uomini, non possono “comprendere” a pieno l’esperienza femminile (per farla breve, se non hai avuto il ciclo non sei una “vera” donna). Sui trans FtM, invece, nemmeno una parola.

Un assunto che affonda le proprie radici nel binarismo di genere. I sessi sono due, perché così dice la biologia. Le persone intersessuali non sono un “terzo” sesso, ma l’unione di questi due sessi. Che rimangono sempre due. Ecco perché non stupisce la vicinanza di Arcilesbica (anche se con intenti diversi, ci mancherebbe) a certe esternazioni cattolico integraliste: si muovono entrambi nell’ambito del pensiero binario, uomo/donna, etero/gay e via discorrendo, entrambi considerano il sesso determinante (sia da un punto di vista biologico che sociale) e ne stigmatizzano le differenze.

Per questo il queer fa paura. Mette in crisi l’impalcatura ideologica – il femminismo della differenza – sulla quale le attiviste di Arcilesbica hanno costruito il loro bel castello.

Arcilesbica e il patriarcato: un cane che si morde la coda

Ma io, donna lesbica (o eterosessuale) in che modo posso sentirmi minacciata dal queer? Il queer rischia di cancellare la mia “esperienza” di donna che, sfruttata, sottomessa, messa a margine, deve combattere contro la società patriarcale? Bene. Ma la tanto odiata società patriarcale non sarà mica fondata sul binarismo di genere di cui sopra? “Il maschio fa il maschio e la femmina la femmina”. Ecco il cortocircuito.

Arcilesbica dice di combattere il patriarcato, ma utilizza le sue stesse categorie di pensiero. Categorie che, inevitabilmente, non sono in grado di includere la complessità delle esperienze. Le identità, che si parli di genere, di orientamento sessuale o preferenze sessuali, non possono essere ridotte a strutture binarie che vedono uomini contro donne e viceversa, etero contro gay, trans contro cisgender.

Più di ogni altra cosa, le identità dovrebbero essere il frutto di una scelta individuale. Se ci sono persone che non si riconoscono nel binarismo di genere, che hanno un’espressione di sé non conforme, perché non possono utilizzare la parola queer? Chi lo decide, un’associazione di lesbiche?

E se all’acronimo LGBTQIA (che a furia di essere politically correct somiglia sempre più a un codice fiscale), preferisco la parola queer manco di rispetto alle lesbiche, ai gay, alle persone bisessuali e trans? Dite che la mia identità è così fragile che basta lo “spauracchio” queer per cancellarla? Oppure, come nel caso di Arcilesbica, il nemico è sempre dietro l’angolo perché le mie scelte politiche sono dettate dalla paura? La paura del diverso. La paura del queer. La paura di sparire.

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La Mile

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5 thoughts on “Perché la parola queer spaventa le lesbiche “estreme”?”

  1. “Se ci sono persone che non si riconoscono nel binarismo di genere, che hanno un’espressione di sé non conforme, perché non possono utilizzare la parola queer?”

    Infatti, perché non potrebbero? È giustissimo che possano.
    Quello che non capisco è in che modo io che ho un’identità più precisa, cioè sono biologicamente femmina, mi ci sento, e sono lesbica nel mio orientamento sessuale, dovrei sentirmi “rappresentata” dal queer. Voglio dire: c’è chi è e si sente queer e c’è chi si sente lesbica. Perché le due cose non possono convivere restando a esprimere realtà differenti e invece la definizione “lesbica” dovrebbe scomparire in quanto assorbita per così dire dal queer?
    Sinceramente, non so cosa scriva Arcilesbica su Fb, non le seguo, ma trovo antipatico che avere un’opinione diversa, rispetto a quella di moda, sul queer, oppure anche solo avere dubbi, vedere le questioni come aperte e problematiche, sia interpretato come avere paura. Semmai è arroccarsi in una presunta verità indiscutibile a tradire la paura. Parlo a titolo strettamente personale in quanto mi va di capire, ascoltare, scambiare impressioni. Nessuna intenzione polemica.

  2. l’umanità è fatta di uomini e donne , questo non è binarismo. Un uomo qualunque sia il suo look e il suo lavoro è un uomo: un uomo che si mette il rossetto è un uomo come chi non lo mette, una dona coi capelli cortissimi è donna come una coi capelli lunghi; un uomo che fa il casalingo è sempre uomo; una donna che fa la soldatessa è sempre donna. Nel pensiero queer esiste un estremismo che non combatte gli stereotipi di genere ma tende a far confluire tutto in un neutro che non corrisponde alla grande maggioranza dell’umanità. il corpo femminile non è quello maschile e non è binarismo, è un fatto: la diversità dei corpi maschili e femminili non è patriarcale, è un fatto. Uomini e donne sono uguali sul piano morale e intellettuale e diversi anatomicamente, lo sanno anche uomini e donne trans che giustamente hanno l’esigenza di cambiare il loro aspetto verso il genere d’elezione

  3. So solo che definirmi “queer” mi cancella un po’ una paura che mi porto dietro ormai da anni… il non sentirsi lesbica al 100% ma non essere sicura di essere bisex terrorizza…
    Quindi sinceramente, anche se posso provare capire in parte le motivazioni delle paure dietro al termine “queer”, al momento è ciò in cui meglio riesco ad identificarmi…
    Magari sono scema io, non è da escludere!

  4. Loro ragionano così, appartengono alla generazione delle butch/femme, le coppie dove una faceva ilmarito e l’altra la moglie, sono vecchie devono andare in pensione

    1. Su tutto il discorso queer ho dubbi, idee problematiche e non di tendenza.
      Non credo si dovrebbero liquidare le arcilesbiche :-) mettendo loro l’etichetta di vecchie pensionate invece che discutere sul merito (anche se ritengo quella sopra semplicemente una battuta).
      Ma su una cosa sono d’accordo: la divisione butch/femme che sembrano riproporre -se non teoricamente, certo nella realtà concreta- ricrea perfettamente il mondo che vorrebbe contestare. Dovrebbero pur accorgersene prima o poi.

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