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Recensione di “Storia di Caterina che per ott’anni vestì abiti da uomo” di Marzio Barbagli

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La saggistica sull’omosessualità è, a mio parere, un genere che produce raro fastidio. Come in tutta la saggistica c’è un autore (o un’autrice) che assume un atteggiamento da imparziale  osservatore esterno perciò, la sensazione di essere un insetto sotto il microscopio, dovremmo condividerla col resto dell’umanità, eppure, non è quasi mai così. Rimane infatti, sotterranea, la percezione di essere trattate come una tribù dell’Amazzonia o una specie aliena di cui si fatica a ravvisare le usanze.

Questo preambolo per dire, che a parte rari casi, non trovo sia così piacevole leggere dei libri in cui danno delle statistiche su quanto ci innamoriamo, dove, come e perché, quando desideriamo sposarci e figliare dove come e perché. Ebbene, recentemente è uscito invece ad opera di Marzio Barbagli, professore di sociologia dell’università di Bologna, un bel libro su un caso di cronaca di metà ‘700, titolo: “Storia di Caterina che per ott’anni vestì abiti da uomo”ed. Il Mulino.

Barbagli riprende un minuzioso resoconto fatto da un medico dell’epoca, Giovanni Bianchi, il cui servo tornò, un giorno, sconvolto da uno degli ospedali di Siena, dove era venuto a conoscenza di una storia straordinaria su un altro servo, Giovanni Bordoni, anni 25, grandemente donnaiolo. Costui era scappato con la figlia di un prelato e la sorella di lei, ma era stato raggiunto dal padre delle ragazze coi suoi uomini e ferito a morte da un archibugio. Trasportato in ospedale, venne lasciato al suo destino e, comprendendo che sarebbe morto, chiese di farsi seppellire vestito da donna. Quando spirò, i medici scoprirono che l’impenitente conquistatore era infatti una ragazza, peraltro perfettamente vergine (fatto che a noi frega poco, ma all’epoca contribuì a confonderli ancora di più).

Giovanni Bianchi, preso da curiosità quasi illuminista, iniziò una minuziosa ricerca per comprendere questo strano fenomeno che vedeva una donna innamorarsi di un’altra donna. Con precisione scartò tutte le ipotesi: dall’ermafroditismo (‘sta faccenda del clitoride molto grosso la conoscevano già all’epoca) all’ambiente depravato d’origine. Scoprì infatti che Giovanni/Caterina proveniva da una famiglia povera, ma onesta (come direbbe Troisi) e che anzi, i suoi genitori conoscevano perfettamente l’inclinazione della figlia e non la condannavano.

Caterina infatti non aveva particolare passione per il travestitismo, vi fu costretta perché, quattordicenne, iniziò una storia d’amore con una sua coetanea e, scoperta dai genitori dell’altra, fu costretta a prendere un’identità maschile e a fuggire. Se in un’epoca di carte d’identità e burocrazia infinita ci pare assurdo, nel ‘700 episodi sparsi, pièce teatrali, racconti (persino Henry Fielding ne scrisse uno sul tema “The female husband”, senza dimenticare “Moll Flanders” e “La dodicesima notte” di Shakespeare) e leggi ad hoc, testimoniano che il mutamento anagrafico e sessuale non erano poi così rari. Bianchi rileva poi come tutte le tracce lasciate da queste donne, fossero letterarie come nelle “Metamorfosi” di Ovidio o persino ne “La Gerusalemme liberata”, o realmente esistite come Saffo e la coppia Laudomia Forteguerri-Margherita d’Austria, rivelano un tratto comune: tutte le fanciulle in questa particolare condizione amorosa pensano di essere sbagliate, ma soprattutto le uniche al mondo.

Il libro ve lo consiglio perché è scritto davvero bene, in appendice c’è anche il testo originale di Giovanni Bianchi che testimonia come in ogni epoca siano esistiti uomini e donne illuminati, come lui e il padre di Caterina, e persone coraggiose, come Caterina stessa, e quando si pensa che le cose non cambieranno mai è a loro che dobbiamo pensare, sempre.

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4 thoughts on “Recensione di “Storia di Caterina che per ott’anni vestì abiti da uomo” di Marzio Barbagli”

  1. Credo che il travestitismo fosse veramente l’unica soluzione in epoche in cui le sfumature non erano concepite. Mi viene in mente il caso delle burrneshe albanesi, le vergini col fucile, anche se in quel caso prendere le sembianze di un uomo poco aveva a che fare con le questioni di genere.

  2. Ma sbaglio o la storia ricorda vagamente quella che ha ispirato “minchia di re” da cui è stato tratto il film Viola di mare?

      1. “Minchia di re” era ispirato ad una storia vera con tratti simili (e peraltro finiva bene!). Le due storie sono accomunate dal fatto che entrambe le protagoniste hanno dovuto mutare identità anagrafica e travestirsi per poter condurre la vita che volevano. Nel libro, Barbagli racconta varie di queste storie di cui si aveva notizia, perché in un mondo così maschile non era eccezionale che qualche donna appunto fosse costretta a lanciarsi nell’impresa. Ci sono anche risultati tragicomici, come quello della ragazza che si travestì da uomo per entrare in monastero col padre, venne accusata di aver messo incinta una tizia e condannata mi pare all’esilio. Quando morì pochi anni dopo e scoprirono che in realtà era una donna…il paese si batté per proclamarla santa!!

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