Abbiamo ancora bisogno del separatismo lesbico?

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sparatismo lesbico

Qualche giorno fa vi abbiamo parlato dell’iniziativa dell’associazione berlinese Saffo di creare il primo cimitero per sole lesbiche. Ovvero, un cimitero separatista, o come ha commentato una mia amica, «il separatismo eterno». Nel frattempo, ho scoperto (con un certo stupore) che ci sono ragazze giovani che non hanno mai sentito parlare di separatismo lesbico. Quindi mi sono detta: bisogna recuperare.

Il separatismo lesbico è una declinazione del separatismo femminista, ovvero la scelta di alcune donne, a partire dagli anni ’70, di creare spazi di dibattito e di lotta politica dai quali gli uomini fossero esclusi. L’assunto di base era che la presenza maschile potesse compromettere la libertà di espressione e l’autenticità nelle relazioni tra donne. In quegli anni, nacquero circoli e associazioni in cui le donne potevano incontrarsi, dialogare, confrontarsi e decidere in maniera autonoma le strategie politiche da adottare. All’interno di quei movimenti nacquero i primi circoli lesbici separatisti. Il principio era lo stesso: senza gli uomini – nonostante fossero uomini gay – le donne erano libere di autodeterminarsi e potevano intraprendere un percorso politico e associativo slegato da qualsiasi forma di pressione maschilista ed eteronormativa.

Va anche detto che negli anni ’70, la prima associazione di lotta per i diritti delle persone omosessuali, Fuori!  (Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano) era composta quasi esclusivamente da uomini. Gli spazi riservati alle donne lesbiche erano estremamente risicati: nella società italiana di allora il ruolo della donna – a prescindere dall’orientamento sessuale – era marginale. E il movimento lesbico, in questo, ha un “debito” enorme nei confronti del femminismo.

Sono passati più di 40 anni da allora. Le donne sono cambiate, gli uomini sono cambiati. La società è cambiata. Certo, non abbastanza come vorremmo, e di femminismo – sono convinta – ne abbiamo ancora bisogno. Ma il modo in cui viene intrapresa la lotta per i diritti – delle donne, delle persone LGBT – si è radicalmente trasformato. Le iniziative sono diventate trasversali: ci sono uomini che si battono per i diritti delle donne, eterosessuali che si battono per i diritti degli omosessuali.

Per cui, la domanda che vi pongo è questa: nel 2014 ha ancora senso parlare di separatismo, nella fattispecie di separatismo lesbico? Se pensiamo che i diritti delle persone omosessuali, bisessuali e transessuali siano diritti di tutti, ha ancora un senso avere degli spazi d’incontro e d’azione politica che escludano gli uomini? E quando si parla di uomini, a chi ci riferiamo? Uomini all’anagrafe, o anche donne che intraprendono un percorso di transizione per cambiare sesso? Per esempio, le persone transessuali – sia FtoM che MtoF – che sui documenti hanno ancora le generalità del sesso di partenza, da quale parte stanno?

E poi, in quanto lesbiche, dobbiamo ancora aver “paura” di cadere nella trappola sessista nel momento in cui ci relazioniamo agli uomini – a prescindere dal loro orientamento sessuale? La nostra identità è ancora così “fragile” che necessita di essere difesa, anche fisicamente, dalla società che ci circonda? Forse la risposta non è così semplice e univoca come sembra. Ma penso sia giunto il momento di porsi certe domande, di guardare al nostro passato, alla nostra storia, e provare ad immaginare un futuro magari migliore.

E come sempre, la parola spetta a voi.

Immagine di apertura presa qui.

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La Mile

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ommenti

  1. Io sono contraria al separatismo. Ha senso dividersi nei locali per rimorchiare, per ovvi motivi di praticità, ma per il resto no! Specie in ambito politico.
    Parlare da soli non ti arricchisce. Io sono di Roma, qui diciamo “te la canti e te la soni”. Sì può aiutarti a raccogliere ed ordinare le idee, ma è nel confronto con l’esterno che le idee si arricchiscono, crescono , sì fortificano o aggiustano, concretizzano ed evolvono.
    Potrei stare scrivendo sul mio diario chiuso nel cassetto e invece sono qui a scambiare opinioni con altri… Anche chi è in disaccordo con me… Viva il confronto!

    1. E se un’associazione maschilista non ci da spazio io sono per il “restare e urlare per far sentire la propria voce”, non lasciare il campo. Non siamo un mondo a parte, siamo parte di questo che gli/ci piaccia o no.

  2. In Italia esistono (o meglio resistono) pochissime TERRE DI DONNE ….MA luoghi e spazi esclusivamente lesbici non esistono! Al massimo si trovano luoghi di incontro per sole donne… “locali”, “spazi di intrattenimento al femminile”, popolato quindi di sole donne, ma si contano sulle dita di una sola mano, pertanto credo che sia prezioso, utile e ancora necessario nel 2014 che esista (nascosto, segreto, imboscato ma fortemente “desiderato e protetto”) uno spazio per sole donne che decidano autonomamente di conoscersi, sostenersi e meravigliarsi le une delle altre. Questo non vuol dire che sia la forma più efficace di rivendicazione dei “DIRITTI”… (PERCHE’ è SOLO LOTTANDO INSIEME CHE CRESCONO I DIRITTI DI UN’INTERA COMUNITà) ma…
    come contesto in cui crescere in consapevolezza e dignità IL SEPARATISMO RESTA UN ESPERIENZA PRIVILEGIATA!!!
    w IL SEPARATISMO!!!

  3. Ma io non vorrei chiudermi, e mi rendo conto che i tempi grazie a internet potrebbero essere giusti per unirsi e crescere come movimento, poi mi torna in mente che nella realtà non si riesce nemmeno ad accordarsi per un pride nazionale…e con questi presupposti vogliamo coinvolgere gli etero?

  4. Ottimo articolo,ho imparato concetti che non sapevo, mi ero informata sul femminismo (in rete si trova un bellissimo documentario dell’epoca) ma non conoscevo questo movimento!
    Sinceramente non so cosa significhi “separarsi” ma neanche “aggregarsi”, se penso alla mia vita sono sempre stata (almeno che io sappia) l’unica lesbica del liceo, del paese, dell’università, dei locali, dello sport, l’unica della compagnia, e non ho mai avuto un’amica lesbica, e la mia compagna è diversissima da me in tutto.. a volte mi è pesato essere sempre sola, a volte ho desiderato appartenere a qualcosa, eppure tutti gli strumenti li avevo, ma non l’ho mai fatto. Ho cercato di portare la mia unicità ovunque a sostegno di ciò che mi importava, al Gay Pride, contro il nucleare, recentemente alla One billion Rising, etc etc.. ora l’unico mezzo a cui voglio appartenere è questo sito, e per la prima volta nella vita sono felice di aggregarmi!

  5. Nooo, Mile! Sono contrarissima al separatismo! In Canada e Australia gli uomini sfilano sui tacchi rossi contro il femminicidio; nell’Europa del Nord, Germania e UK s’ intraprende la via del superamento di genere, per abbattere le discriminazioni, attraverso diversi canali (Lingua, WC, giocattoli) e noi stiamo ancora arroccati ai separatismi! E’ proprio questo il problema in Italia: siamo troppo distanti, in tutto! La Fiat chiude? E’ un problema dei metalmeccanici; gl’insegnati sono sottopagati e sottostimati? Cavoli loro; ai 40enni e 50enni disoccupati chi ci pensa? Ehhh, ma la disoccupazione giovanile è ancora più alta. E via discorrendo… Se la comunità LGBT vuole davvero ottenere dei risultati, deve esser il più compatta possibile! Come ha fatto notare Scalfarotto: se ci costituissimo in un unico partito, entreremmo in Parlamento, nonostante lo sbarramento dell’Italicum. Ciò significa che dovremmo tentare, la maggior parte di noi, a tirare dalla stessa parte e far sentire alla politica il nostro peso! Perchè, a chi di dovere, interessano i numeri. Ma questo non avviene, anche a causa dell’incapacità delle Associazioni/Center più importanti/grandi. E meno male che, “grazie” ai soldi dei tesseramenti, i vari rappresentanti si finanziano seminari in materia all’ estero. Peccato che, poi, tornati in Patria, non diffondano nuove idee, non promuovano una costruttiva aggregazione tra gay/lsb/bsx/trans (dobbiamo fare tutto da soli), nè producano gran rinnovamento…

    E, soprattutto, a 33 anni sto ancora tentando di capire cosa significhi “visione lesbica”, “visione gay” o “visione etero” del mondo.

  6. Io sono intrinsecamente contraria a qualsiasi forma di separatismo, anche se ammetto che in determinate situazioni la tentazione di cedere alle divisioni può essere notevole.
    Dall’impero romano in avanti i nostri governanti in fondo hanno sempre applicato il principio “divide et impera”, e credo che le divisioni interne siano tutt’ora uno dei motivi per cui l’Italia fatica ad uscire da un medioevo culturale che si trascina da troppo tempo.
    Cerco di spiegarmi meglio.
    Qualche giorno fa ho assistito ad un dibattito aperto a tutta la cittadinanza per sensibilizzare l’istituzione di un registro delle coppie di fatto nella mia città, rivolto ovviamente alle persone omosessuali ma anche e altrettanto ovviamente agli eterosessuali.
    Uno dei punti della discussione che ha trovato l’assenso di tutti, gay o etero che fossero, è stato il rimarcare come la “battaglia” per l’istituzione del registro debba essere condivisa da tutti, per dare più forza alle rivendicazioni.
    Al momento, ha detto uno dei relatori, si cerca di trovare un “nemico interno” contro cui dirottare l’attenzione della gente per distoglierla dalla partecipazione attiva alle battaglie civili. Per nemico interno si intende una categoria di persone percepita come “diversa” e destabilizzante per “l’uomo medio”.
    Ma cosa succederebbe se a questa categoria (nel nostro caso: i gay) si andassero ad aggiungere anche le persone considerate invece “nella norma”? Succederebbe che le richieste di estensione dei diritti civili dovrebbero ottenere al più presto una risposta.
    Scusate la prolissità, era per far capire che secondo me nella situazione attuale della società le divisioni forse fanno più male che bene, seppure possano essere comprese, e forse sarebbe il momento di lasciarle da parte. Che sia per il momento o per sempre, a priori non si può sapere, sicuramente si sa che fino ad ora il separatismo non sembra aver dato grossi risultati.

  7. Da una parte penso “basta, è ora di evolverci cerchiamo di essere inclusive” e dall’altra penso che essere inclusivi presupponga che gli elementi non siano troppo diversi gli uni dagli altri. Un po’ come per una cerchia d’amicizia per intenderci. Si può entrar a far parte di un gruppo quando le altre persone sono estremamente diverse da te per età, interessi ecc…? Ecco per me gli elementi non sono uguali per niente. Non c’è uguaglianza tra uomini e donne, tra gay e lesbiche. Raga, Enzo Miccio lo fanno diventare un punto di riferimento nei programmi contenitori destinati alle sciure, e noi? ‘Ndo’ nnamo? Che famo?
    E poi quanto un uomo eterosessuale può veramente condividere le visioni delle lesbiche? Anche il buon Morici secondo me avrebbe delle difficoltà. Che poi essere separatiste mica vuol dire estraniarsi dalle lotte comuni no? Però non ne sono convinta, quando dico così me sembra di stare nel 72, mentre fare quel passettino in più non dovrebbe essere così difficile, nel 2014 dovremmo averceli gli strumenti per superare i limiti.
    Boh…

    1. Capisco le perplessità, ma penso anche un uomo eterosessuale possa comprendere benissimo le difficoltà di una donna lesbica. Così come una donna lesbica possa comprendere le difficoltà di una donna etero o di un uomo etero. Per avere comprensione non c’è bisogno di vivere le stesse esperienze, ma c’è bisogno di empatia.
      Per esempio, posso solo immaginare cosa possa succedere ad una persona che desidera cambiare sesso, ma questo non vuol dire che non possa battermi per le persone transessuali, o confrontarmi e dialogare con loro. Anzi, il loro è un arricchimento.
      Il punto è quanto la condivisione con i/le nostri/e simili rischi di sfociare nell’escludere di chi consideriamo diverso da noi.
      Penso che una riflessione sia necessaria, anche per superare le divisioni che ci sono all’interno del movimento, e per uscire da una spirale che considero pericolosa: il vero rischio del separatismo è quello di porre le donne – e le donne lesbiche – in una posizione di eterna difensiva, quasi che tutto quello che ci circonda possa rappresentare una minaccia.

      1. Si Mile ma tu trovi tanta gente empatica attorno a te? Ne conosci tante di persone sensibili che hanno voglia di condividere e di battersi per quello che tu come appartenente alla comunità lgbt reputi giusto?
        Probabilmente mi risponderai di si perché tu per quelle che generalmente chiamerò scelte di vita, sei stata in grado di circondarti anche di persone di questo tipo a prescindere dall’orientamento sessuale. Io non ne conosco neanche una. Non sono neanche sicura di trovare tra la mia cerchia di conoscenze qualcuno che “apprezzi” la comunità queer figuriamoci di condividerne le lotte. Natìa borgo selvaggio? Non solo, alla fine uno gli ambienti che più gli corrispondono deve anche avere il coraggio di andarseli a cercare. Però quando li trovi spesso sono tribù. Forse il mio ragionamento è un po’ contorto, ma veramente io faccio fatica a vedere attorno a me persone così “aperte” e attente.

      2. Ognuna di noi ha le sue esperienze personali, ed è vero che non tutti riescono a trovare un ambiente friendly. Da questo punto di vista, che posso dire? Sono stata fortunata? Forse sì. Ma sono convinta che la risposta non sia comunque il separatismo. Almeno da un punto di vista politico. Le cose sono cambiate, è credo che – anche per questo – il cambiamento sia arrivato con internet. Che ci piaccia oppure no, nessuna battaglia può considerarsi isolata. Non puoi chiuderti, è il “sistema” (parola alla quale ho una certa allergia, ma non me ne vengono altre) che ce lo impedisce. In qualche modo, io e te, con posizioni diverse stiamo dialogando. E allora che senso ha rivendicare un’identità chiusa nel momento in cui sei su internet?

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