Arcilesbica senza più una casa: cacciata dal Cassero di Bologna

Da oggi Arcilesbica Nazionale non ha più una sede: è stata cacciata dal Cassero di Bologna, luogo storico del movimento LGBT

È notizia di oggi: Arcilesbica Nazionale non ha più una sede. Quella storica, a partire dal 1996 (anno in cui Arcilesbica si distaccò da Arcigay formando un’associazione a sé), era in via Don Minzoni, 18 a Bologna, ovvero il Cassero, luogo storico del movimento LGBT.

Da venerdì 11 maggio, Arcilesbica non ha più sede al Cassero. A dare la notizia è la stessa associazione nazionale che, attraverso un post su Facebook a firma di Cristina Gramolini, l’attuale presidente, chiede di poter incontrare l’Assessore alle Pari Opportunità del Comune di Bologna, Susanna Zaccaria. Secondo Cristina Gramolini, infatti, la cacciata di Arcilesbica è un atto di violenza contro le donne che non si vogliono omologare alla «linea politica egemonica».

Con il solito tono vittimista – al quale Arcilesbica ormai ci ha abituate da tempo – l’associazione punta il dito contro i maschi brutti e cattivi (etero o gay poco conta) che si fingono femministi, che si dicono difensori delle donne, ma che appena possono le pugnalano alle spalle.

Forse, in Arcilesbica Nazionale hanno la memoria corta

Per prima cosa, va precisato che l’associazione assegnataria del Cassero era Arcilesbica Bolognache si è dissociata dal Nazionale qualche mese fa, dando vita ad un’altra realtà associativa: Lesbiche Bologna, la cui sede rimane in via Don Minzoni. Per cui, la discussione potrebbe finire già qui.

Ma al netto delle questioni “burocratiche”, rimane il problema politico. Se le posizioni di Arcilesbica fossero così soft come raccontano nel comunicato, beh, forse anch’io mi sarei indignata. Ma tutti sappiamo che così non è. L’ossessione nei confronti della GPA (che continuano a chiamare in maniera offensiva “utero in affitto”) ha portato Arcilesbica a negare il concetto stesso di omogenitorialità.

Quando la sindaca di Torino, Chiara Appendino, qualche settimana fa ha trascritto l’atto di nascita di una bambina nata da due madri, dalla pagina di Arcilesbica hanno tenuto a precisare che «non esiste una cosa chiamata “omogenitorialità”».

Anzi, i papà arcobaleno non hanno nessun diritto da rivendicare: «il riconoscimento di due uomini soli e del figlio di uno di loro come famiglia all’anagrafe significherebbe incoraggiare i gay facoltosi a utilizzare la strada aperta all’estero del pagamento di una donna perché si separi dalla sua prole, commissionata per l’occasione». Trova le differenze con Adinolfi.

Se poi ci aggiungiamo gli attacchi alla comunità transgender, alle persone queer e la totale indifferenza nei confronti della bisessualità, mi chiedo: ma con quale faccia tosta Arcilesbica pensa di poter far parte del movimento LGBT? Se disconosci, attacchi e denigri la maggior parte delle lettere che compongono l’acronimo, come fai a rivendicare l’appartenenza politica – per quanto dissidente – all’interno dello stesso acronimo?

È un po’ come se, un bel giorno, in quanto napoletana tifosa del Napoli, decidessi di entrare a far parte di un club di juventini per poi lamentarmi se non mi lasciano appendere la gigantografia di Maradona all’ingresso (sarà puerile, ma le metafore calcistiche funzionano sempre).

Allora, cara Arcilesbica Nazionale raminga in cerca di una nuova casa, mi spiace per la cacciata dal Cassero di Bologna – che è davvero un gran bel posto -, ma ognuno si assume le responsabilità politiche (e non solo) delle proprie posizioni.

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La Mile

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