Beatrice Borromeo e gli adolescenti gay: la disonestà intellettuale che fa male

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Continua l’inchiesta di Beatrice Borromeo sugli adolescenti, pubblicata da Il Fatto quotidiano. Questa settimana ad essere oggetto di studio “matto e disperatissimo” sono gli adolescenti gay. Dopo gli articoli in cui  venivano raccontate le ragazzine “facili” – Sesso a 14 anni, le adolescenti raccontano: “Se non ti fai sverginare sei una sfigata” e Sesso a 14 anni, un adolescente: “Se vai male a letto ti rovinano subito via sms” – la giornalista intervista Tommaso, un adolescente gay di Milano.

La storia che emerge è una storia fatta di solitudine, depressione e ansie che si trasformano in attacchi di panico: Gay a 14 anni: “Mi nascondo e a volte penso di farla finita”. Già il titolo, come potete notare, la dice lunga. Leggendo l’articolo però si scopre che Tommaso di anni ne ha 17, e non 14 – a 14 ha deciso di fare coming out -, che tanto solo non è, visto che a lenire il suo “dolore” ci sono gli amici, i quali – per lo più – sarebbero disposti ad accompagnarlo in una discoteca gay. Ma Tommaso non vuole: «Perché devo andare in un posto pieno di sconosciuti, spesso molto più grandi di me? Per gli eterosessuali sperimentare è molto più semplice, e possono farlo con i coetanei. Io non me la sento di andare in quei locali. Soprattutto per via della mia più grande paura: che non succeda proprio niente».

Tommaso è anche dichiarato in famiglia, dove la sua omosessualità è accettata, anche se i genitori scelgono di non confrontarsi. Il ragazzo, infatti, vorrebbe andare da uno psicologo: per farlo dovrebbe chiedere i soldi ai suoi genitori, e non saprebbe come giustificarli. Tommaso sente di “dover proteggere” i suoi: «Vedere il proprio bambino e sapere che è gay è un peso. E io non voglio pesare a nessuno. La mia omosessualità crea problemi ed io non voglio essere un problema».

Nel racconto emerge che il calvario di Tommaso è iniziato con il coming out: «Si pensa che il coming out basti per stare meglio, per liberarsi. Invece io ho cominciato ad avere attacchi di panico. La mia inclinazione alla tristezza – mi sento inadeguato, brutto, sfigato, escluso dai gruppi più popolari, più i vista – si è trasformata in depressione».

Il primo attacco di panico è arrivato a scuola mentre si parlava di fecondazione assistita, «avrò mai una famiglia?». Poi i famigerati talk show che non aiutano, «guardo la tv e vedo queste persone che descrivono quelli come me esseri abominevoli», e la paura di essere se stesso per strada «so che c’è gente per strada che mi picchierebbe. Se non mi insultano, in giro, è solo perché non mostro la mia omosessualità. Mi vesto normalmente, mi comporto normalmente».

Insomma, un quadro di disperazione che racconta di un adolescente gay depresso, solo, triste, incapace di pensare al futuro, e con nemmeno troppe latenti tendenze suicide.

Fermo restando che la parola inchiesta è altamente abusata: cara Beatrice Borromeo, un’inchiesta non si basa su un caso isolato, dovrebbe saperlo meglio di me. Ho l’impressione che la storia di Tommaso sia tirata per le pinze pur di far passare l’immagine del povero omosessuale, rigettato dalla società, dalla famiglia, dallo Stato che non gli garantisce i diritti, senza amici, senza nessuno che lo sostenga, oppure costretto a mentire per tutta la vita, che pensa al suicidio perché a lui è toccato quell’amore “che non osa pronunciare il suo nome”.

“Peccato” che Tommaso abbia una famiglia che – forse – non marcerà con lui sul carro di Agedo al prossimo Gay Pride, ma che non batte ciglio. “Peccato” che Tommaso frequenti un liceo classico, il Berchet di Milano, dove il rappresentante di Istituto è gay dichiarato, e si è beccato gli elogi del preside per il suo coming out. “Peccato” che Tommaso abbia degli amici che lo sostengono e lo aiutano.

A questo punto mi viene il sospetto che il “problema” non sia l’omosessualità. E nemmeno la società omofoba. Il problema per Tommaso è l’esistenza in sé. Mi spiace – sinceramente – per lui. Ma trovo disonesto l’uso che la Borromeo fa della storia di questo ragazzo. Di adolescenti gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, sofferenti perché rifiutati dalla famiglia, dagli amici, dalla scuola e dalla società in cui vivono ce ne sono, eccome. Ragazzini che non hanno la “fortuna” di Tommaso. Eppure questi ragazzi e queste ragazze hanno voglia di vivere, di amare, di superare gli ostacoli, di essere felici. Hanno voglia di lottare affinché le cose cambino.

Per questo, cara Beatrice Borromeo, come giustamente scriveva Margherita Ferrari su Soft Revolution – Beatrice Borromeo dovrebbe chiedere scusa a chiunque sia un’adolescente nel 2014 la invito a chiedere scusa non solo a tutti gli adolescenti LGBT di questo paese, ma anche a tutte le persone che, come me, si fanno in quattro per cambiare le cose. La sua disonestà intellettuale non è accettabile: perpetua lo stereotipo del povero gay rigettato che fa male a tutti quei ragazzi che si trovano in situazioni di difficoltà e vorrebbero, invece, trovare una strada per essere se stessi, per vivere i propri sentimenti e la propria vita serenamente, come chiunque altro. Cara Borromeo, se vuole un titolo “acchiappa lettori” almeno non lo faccia sulla pelle degli altri.

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30 commenti

  1. Mah, ha solo raccontato una storia, una storia che magari può non piacere perché dimostra una realtà di vita che vorremmo fosse già superata per dire ai ragazzi omosessuali che possono vivere apertamente ciò che sentono, ma così non è. L’esperianza di Tommaso purtroppo è molto più comune di quelle dei ragazzi omosessuali che ci raccontanto che per loro la vita è facile, e i suicidi lo dimostrano (anche quelli che vengono negati.)

  2. Poniamo di fare un’analisi semiotica (studio dei segni) dell’articolo, e subito ci arriva all’occhio una differenza di colore su alcune parole. Se prendiamo un paragrafo centrale dell’articolo, separiamo queste parole evidenziate in nero, le poniamo in successione, otteniamo ad esempio una sequenza così: ” difenderli dalla sua omosessualità- non confrontarsi- gay è un peso-un problema-così disperato- psicologo-i miei amici”
    Il disegno di accompagnamento ci mostra la figura in primo piano colorata, più grande , le altre figure stanno indietro, sono omologate nella loro piatta colorazione uguale, un’immagine che poteva sì essere vincente ma che viene depotenziata dal balloon in testa alla figura principale, quel “Io sono gay” e dal fatto che anche se uguali le figure dietro interagiscono tra di loro escludendo il soggetto principale.
    E infine chiedersi sempre: che messaggio vuole darci il testo?
    Personalmente non aggiungo altro a molti commenti che ho letto qui e che condivido in pieno!

    p.s. lunedì chiederò alla ragazza a cui faccio ripetizioni, che ha 18 anni, se l’ha data via a 14, se non è successo le darò della sfigata perchè, beh dopotutto, lo scrive Beatrice Borromeo.

  3. Ho finalmente letto l’articolo della Borromeo. Un quadretto così parziale e pateticamente riportato non mette il lettore nella condizione di farsi un’opinione su un fenomeno ben più vasto e complesso. Mancano tutte le componenti che rendono un’inchiesta tale: l’indagine, l’analisi di un campione statistico, domande, risposte, pareri di psicologi, critiche, rimedi, prospettive. E di conseguenza, non solleva alcuna riflessione, ma suscita in chi legge solo una reazione emotiva che, il più delle volte, è sinonimo di pietismo o compatimento (di cui nessuno se ne fa nulla), altre, è sinonimo d’insofferenza (“ancora con ‘sti gay?!”). Giova a qualcuno un servizio del genere? Può giovare ad un adolescente che vede tutto nero leggere nella storia di Tommaso la conferma che è tutto uno schifo e il coming out non libera, ma condanna? Può giovare ad un genitore o a gente convinta di non essere omofoba, semplicemente perché non prenderebbe a bastonate un gay, ma poi non gli riconosce il diritto di difendersi da bullismo e discriminazioni con una legge adeguata? No, questo articolo della Borromeo, non giova a nessuno, perché di fatto si esaurisce nella sua stessa lettura. E per quanto mi riguarda, è un vero e proprio dis-servizio!

  4. Mi pare che le opinioni negative scaricate a valanghe sulla Borromeo per la sedicente inchiesta, non siano state sufficienti a stimolare una po’ di sana autocritica dalle parti del Fatto. Infatti Travaglio si è speso in parole di stima ed orgoglio per la cara ragazza e, quel che mi sconcerta di più, si ostina a definire “inchiesta” quell’accozzaglia di banalità sensazionalistiche. http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/12/sesso-a-14-anni-a-proposito-di-uninchiesta/911376/

  5. Questo è l’articolo http://www.zeroviolenzadonne.it/rassegna/pdfs/16Mar2014/16Mar2014b4bdeeaab0d5dcd8630f3bfc04569b79.pdf
    A me piace l’inchiesta della Borromeo, perché è vero che racconta solo singole storie, ma queste storie raccontano uno squarcio di realtà (e di difficoltà) dei giovani che ancora ci ostiniamo a negare: dietro gli stereotipi e la patina di ostentata accettazione che spesso dichiarano giovani omosessuali, loro amici e le loro famiglia, spesso c’è solo una tremenda ipocrisia.
    Sapete quanti ragazzi, anche dichiarati, ancora pensano di essere fonte di sofferenza per i genitori solo per la propria omosessualità? Sapere in quanti genitori ancora considerano i figlio egoisti solo perché si sono dichiarati?

    1. Remo, sicuramente ci sono ragazze e ragazzi che pur avendo dichiarato la loro omosessualità, continuano ancora a vivere una situazione conflittuale e di sofferenza. Il coming out non è per forza sinonimo di liberazione dalle avversità della vita. Ma secondo me è stata fatta una scelta davvero poco pulita nel taglio dato complessivamente a questi articoli, nella selezione delle storie, nei contenuti, nel lessico. Tutto sembra voler far leva in maniera un po’ viscida sul mondo marcio degli adolescenti, il loro lato oscuro, la pena di vivere. Ne esce un quadro di una piattezza deprimente e poco realistico.

      1. E’ deprimente sì perché è realistico, queste storie sono una finestra su uno spaccato di realtà che tutti sappiamo esserci, ma ci impegniamo a non vedere. Lessico e contenuti sono crudi perché riportati senza filtro, proprio perché devono arrivare come un pugno nello stomaco (il pugno della realtà) per abbattere l’ipocrisia del lettore ; anzi io apprezzo questa schiettezza, perché negli articoli della Borromeo non c’è il giudizio (moralistico) del giornalista, messo in bocca all’intervistato, ma semplicemente, nudo e crudo, il suo pensiero, in questo caso quelli degli adolescenti.

        L’articolista, in risposta, invece dice che Tommato è fortunato perché “ha una famiglia che non batte ciglio”: sbagliato, perché lui ha una famiglia che gli fa sentire, dietro di una accettazione di circostanza, che per loro la sua omosessualità è un peso, e lui si carica sulla spalle un peso titanico, tenendosi tutto dentro per non pesare sui suoi; dice che ha “amici che lo sostengono e lo aiutano”: sbagliato, perché ha solo tre oche che lo vogliono portare in una disco gay per avere finalmente l’agognato amico gay da sfoggiare durante le sessioni di shopping; dice che è in un liceo talmente “aperto di mente” che il preside si congratula per il C.O. di uno dei rappresentanti, peccato che i ragazzi in corridoio lo prendevano in giro, gli davano del frocio e che non doveva comunicarlo.

      2. L’articolista in questione non crede sia possibile definire una storia singola un’inchiesta, anche perché l’articolista in questione riceve decine (per non dire di più) di mail di adolescenti che vivono situazioni ben peggiori di Tommaso.
        L’articolista in questione ha preso parte al progetto Le Cose Cambiano ed è fermamente convinta che un articolo come quello della Borromeo (che non può essere definita inchiesta) faccia molto più male che bene a tutti quei ragazzi che cercano di uscire da situazioni difficili. Il linguaggio crudo e diretto come dici tu è fine a se stesso. Va bene per gli intellettuali che si vogliono lavare la coscienza, ma non serve a cambiare le cose, né si immedesima davvero nella sofferenza – quella vera – che provano gli adolescenti gay.
        Ultima cosa, sempre l’articolista in questione c’è passata, sa cosa significa, e la prima volta che ha pensato “oh forse mi piacciono le donne” era il 1989, in un paesino della provincia di Napoli. Non si è svegliata una mattina e si è detta: ah oggi intervisto un paio di teenager e faccio una mega inchiesta sul sesso e gli adolescenti.

      3. L’inchiesta della Borromeo non è nel singolo articolo ma negli articoli: che sono già tre. Tre storie raccontate dai diretti interessati, perché così si fanno le inchieste di tipo non investigativo (che invee sono quelle su fatti di mafia, corruzione, o delitti). Quelle pseudo-inchieste che voi considerate tali solo perché trovate tabelline coi numeri, quasi che veramente il giornalista si fosse preso la briga di fare 100 e oltre interviste e questionari, non in realtà solo merito dei ricercatori, di cui poi il giornalista si appropria il lavoro, abbellendolo con qualche intervista selezionata apposta perché coincida coi dati della ricerca. (che giornalismo, vero?)
        Poi io capisco perché questo racconto non ti piace, ma non è che solo dicendo le “Cose Cambiano” (anzi cambieranno) agli adolescenti le cose cambiano veramente. A un 15enne non gliene può fregare di meno che quanto avrà 25anni se ne potrà infischiare del fatto che altri lo chiamino “frocio”, perché per lui l’inferno è adesso. E l’articolo delle Borromeo per me ha il pregio di riportarci coi piedi per terra.
        La storia di questo ragazzino è la storia di tantissimi adolescenti omosessuali.

      4. Scusa Remo, mi spieghi cosa è una “inchiesta non investigativa”? Cioè per te inchiesta investigativa=su mafia o nera?

        Domani intervisto due tue omonimi dediti alla coprofagia e ci creo sopra una “inchiesta non investigativa” la cui tesi è che le persone che si chiamano Remo sono coprofaghe.
        Oh non puoi lagnarti solo perché son due casi, insomma quei due magnavano davvero la cacca, che fai pretendi le tabelline? Vuoi venire a dirmi che non posso usare un campione così limitato per presentare un articolo d’inchiesta, e che queste conclusioni a cui sono arrivata ti offendono, screditano e non sono rappresentative?

      5. La situazione è reale, ma il problema non è essere gay.
        Gli adolescenti vivono la stessa pressione da parte dei loro coetanei anche quando sono sovrappeso, o sono molto brutti, o molto bassi, o poco intelligenti, quando non seguono la moda, etc etc.
        La felicità e la serenità di essere noi stessi la dobbiamo trovare dentro di noi e non negli altri.
        Questo ragazzo ha bisogno di un aiuto psicologico, non per capire perchè la società non lo accetti, ma per capire perchè lui stesso non si accetti.
        Finchè siamo i primi a pensarci diversi e a ghettizzarci le cose non potranno andare meglio.

      6. Con questo ragionamento allora il problema degli adolescenti omosessuali non è neanche l’omofobia e nemmeno il bullismo omofobico, ma loro adolescenza.
        Bene allora ragazzi sappiate che il vostro problema è solo quello di essere in un’età sfigata, perché poi finita l’adolescenza per voi sarà tutto rosa e fiori: perché tanto le “cose cambiano”

      7. No Remo, il problema di quel ragazzo è che il primo omofobo della sua vita è lui stesso.
        Ha genitori che non gli dicono niente, ed è fortunato, ci sono ragazzi che vengono picchiati dagli stessi geitori perchè gli hanno detto di essere gay. Ha amici che vogliono uscire con lui e che lo appoggerebbero anche in locali gay, ma lui non vuole.
        Ha paura di trovare un compagno e ha paura di rimanere solo.
        Questo ragazzo ha paura di tutto e non gli va bene niente, perchè la realtà è che lui non si è ancora accettato.
        Quando lo farà le cose per lui cambieranno.
        E’ inutile che vieni qui a scrivere voi non capite perchè non volete accettare il fatto che al mondo ci siano persone omofobe.
        Le persone che leggono questo blog sono per il 99% omosessuali e con buone possibilità certe esperienze le hanno vissute sulla loro pelle, qualcuno anche diversi anni fa, periodo in cui l’omosessualità era ancora meno accettta.
        Quando io mi sono dichiarata in famiglia mio padre mi ha picchiato per 3 anni, finchè non me ne sono andata di casa, perchè sono lesbica. Questa è omofobia.

      8. Per conto mi hai una concezione un pochino naive dell’accetazione dell’omosessualità. Non basta dire si ti accetto perché l’accettazione sia realte, e le persone le vere sensazioni chi gli sta intorno le percepiscono a prescindere da ciò che dicono: il linguaggio del corpo, il non detto, le espressini facciali, sono molto più indicative di mille parole ipocrite.
        Se per te questo ragazzo è solo uno sfigato, un vigliacco che non si accorge della “fortuna” che ha ben per te, per me stai solo offendendo migliaia di ragazzi e ragazze omosessuali che vivono invece su di se il peso di omofobia omertosa.

      9. In risposta a Remo, volevo precisare che per ” scelta poco pulita” intendevo di scarsa onestà (intellettuale), non il fatto che la Borromeo riporti il linguaggio di chi ha intervistato. Il tutto è piatto e deprimente perché l’immagine dei ragazzi di cui si racconta manca di un qualsiasi tipo di profondità, non è che basta descrivere come sono vestiti e dire che si bevono il succo d’arancia piuttosto che il caffè. E poi, siccome alla neutralità dell’informazione in generale non ci credo manco un po’, non credo manco alla mancanza di giudizio moralistico da parte dell’autrice. Il suo giudizio grava eccome, per esempio sulla moralità sessuale delle ragazzine tutte pompini e gambe aperte.

      10. Se non credi a prescindere nella “neutralità dell’informazione” allora di che ti lamenti, vatti a leggere le interviste di tutti adolescenti gay fieri d’esserlo ed entusiasti del loro C.O. che gli ha risolto tutti i problemi della terra allora.
        Vedi non riesco a vedere disonesta intellettuale in quello che sta facendo la Borromeo, ma anzi la vedo in quelli che la criticano così aspramente perché ho l’impressione che lo facciano solo per nascondersi la realtà dei fatti (quella descritta dalla Borromeo e che non volete vedere)

      11. Mi lamento eccome, e continuerò a lamentarmi tutte le volte in cui chi si occupa di informazione a livello professionale spaccia per inchiesta una boiata come quella della Borromeo. Poi che ognuno la valuti come crede.

      12. Non era polemica, era un parallelo: riterresti quel tipo di articolo, quello in cui per ipotesi faccio credere che le persone che si chiamano Remo siano coprofoghe perché intervisto due Remo che si nutrono di escrementi, un pezzo valido o lo riterresti offensivo e non veritiero?

      13. Non vedo alcuna generalizzasione, né alcuna pretesa di rappresentare *tutti* gli adolescenti con queste storie: lei presenta solo uno spaccato di una realtà che spesso per comodo vogliamo ignorare.
        anzi sono gli adolescenti stessi a presentare una realtà “altra” rispetto alla proprio nella loro racconto: Tommaso cita l’esperienza di alessandro che nonostante il coming è diventato rappresentante d’istituto.

      14. Non capisco Remo perché continui a ribadire che ci sono “realtà che ci impegniamo a non vedere” o situazioni che “per comodo continuiamo ad ignorare”. Io non voglio negare nessuna realtà infatti nessuno ha detto che quanto raccontato dalla Borromeo sia falso. Ma a che serve un articolo così? Io vorrei proprio vederne tante di realtà per due motivi: 1) l’adulto che legge non si fossilizza sul “quadro generazionale” rappresentato da tre casi raccontati dalla Borromeo e magari siamo fortunati ed evita anche di pensare il sempreverde “che gioventù bruciata, so’ tutte zoccole”. 2) gli adolescenti che leggono si sentono rappresentati da alcuni casi e nel caso questi non siano positivi magari trovano speranza di cambiamento dalle storie di coetanei che hanno avuto esperienze diverse.

      15. Remo:
        Gli articoli e tutta l’inchiesta non sono presentati come uno “spaccato”, ma come situazioni diffuse e comuni (ovvero nella testa del lettore la norma), infatti nel sommario viene detto “inchiesta sul mondo dei ragazzi che si confrontano con la sessualità”, non “inchiesta su uno spaccato del mondo dei ragazzi che si confrontano con la sessualità”.
        E’ la stessa differenza che passa fra fare una foto ad un paesaggio, beccare due coppie che copulano e far passare il luogo come location per coppiette, e fare una foto direttamente alle coppiette che copulano in un posto noto per essere un ritrovo appartato; o, molto più diffuso sempre nel giornalismo, fare servizi su “Napoli in generale” e parlare solo della criminalità: stai fregando il lettore.
        Non perché in quel posto x non ci fossero coppiette o perché a Napoli non esista la criminalità, ma perché la tua diventa una sineddoche argomentativa.

        Alessandro parla di Tommaso che lo ha “aiutato” col suo esempio a fare coming out, però poi la sua vita viene presentata come problematica proprio per questo, per cui il messaggio che passa non è “fare coming out, malgrado le difficoltà ovvie – e tutti noi sappiamo quali – poi ti fa stare meglio”, ma un “ho fatto coming out e ora è peggio”, la figura di Tommaso è lontana, è dipinta come qualcosa fuori norma, è il ragazzo popolare nell’istituto che ha una determinata “posizione sociale” consolidata e dunque può.
        Esiste questo? Sì certo, esistono persone che dopo aver fatto coming out stanno peggio, ma non sono rappresentative della maggioranza.

  6. Veramente pessima..tralasciando il fatto che articoli del genere me li aspetto più da il Giornale che non dal Fatto ma poi..io non sarò una giornalista ma diamine, queste dovrebbero essere delle inchieste? Sul serio?articoli scritti(come dice il mio prof di cinema) scritti con quella parte del corpo che non si può nominare ecco cosa..

    1. Ho visto una stella cadente posso esprimere un desiderio? Chi mette il pollice verso potrebbe per una volta palesarsi e argomentare? magari fornisce un punto di vista interessante che ci fa cambiare idea.

  7. Su twitter, all’invito a chiedere scusa agli adolescenti, ha risposto: “per cosa? per aver raccolto i loro racconti? Nessuno dice che sono tutti così ovviamente”.
    Ecco, a questo punto che non sia disonesta non ci credo.

  8. Era già decisamente ridicola l’inchiesta sugli adolescenti e la sessualità, con questa si è superato il livello di tolleranza delle cazzate sfruttate per stuzzicare la pruderia del lettore, scadendo nella pena e nel compatimento.
    D’altro canto non mi aspetto molto dalla signorina Borromeo, che già dagli esordi su AnnoZero non prometteva granché (e nessuno che le spiegasse che inseguire la gente fuori da Montecitorio urlando le domande non fosse “giornalismo d’inchiesta” ma cretinaggine, però ehi “è donna è giovane, tu vuoi solo discriminarla”).
    Lei per me comunque non è disonesta intellettualmente, è solo incompetente e superficiale, quelli disonesti sono coloro che a) le permettono di fare quel mestiere b) la pagano per fare quel mestiere c)pubblicano il suo lavoro D)approvano il suo lavoro.

    Spero vivamente che le associazioni LGBT nostrane prendano le distanze e le rispondano per le rime.

  9. E basta con queste storie deprimenti…
    Il mondo è pieno di persone lgbt dichiarate che vivono serene, circondate da famiglia e amici, persone che non hanno paura di essere quello che sono.
    Diamo un po’ di speranza agli adolescenti, non facciamogli credere che il suicidio sia l’unica possibilità…

      1. Ah ok! Sorry, ricoglionimento da lunedì (non compro il fatto e non ci avevo proprio pensato -_-)

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