Elisabetta Sirani dipinse la rivalsa delle donne nel 1659, molto prima del movimento #MeToo

In un ambiente prettamente maschile come quello artistico, spiccano la bravura e il talento delle donne pittrici

Le pittrici donne si possono contare sulle dita di una mano. Artemisia Gentileschi, Frida Kahlo, Tamara de Lempicka… tra queste vi vogliamo parlare di Elisabetta Sirani, una delle più grandi artiste del Seicento, figlia dell’affermato pittore bolognese Giovanni Andrea Sirani.

Elisabetta si da alla pittura sin da piccola, prendendo lezioni alla scuola del padre, dove dimostra subito il suo grande talento, realizzando ritratti già all’età di diciassette anni.

Era solita dipingere eroine bibliche o letterarie – come Giuditta, Dalila, Porzia e Cleopatra – utlizzando una tecnica inconsueta per l’epoca: prima tratteggiava i soggetti con uno schizzo veloce, per poi colorarlo successivamente con gli acquerelli. Questa maestria e bravura, in un ambiente prettamente maschile come era all’epoca quello artistico, la “costrinse” spesso a dover dipingere in pubblico, dal vivo, per convincere i presenti che era davvero lei l’autrice delle sue opere e non un qualche uomo che lei sfruttava per poi prendersi i meriti.

La cosiddetta “scuola bolognese” o “scuola delle donne” era lo straordinario movimento barocco nato all’epoca in cui spiccavano appunto molte pittrici donne bolognesi che poterono esprimere i loro talenti grazie anche alla protezione fornita dai loro padri (vedi anche Artemisia Gentileschi con il padre Orazio, Marietta Robusti figlia del Tintoretto e Lavinia Fontana figlia di Prospero, ad esempio).

Una piccola premessa per arrivare a parlare del dipinto che Elisabetta Sirani realizzò nel 1659 e che ritraeva Timoclea nell’atto di uccidere il Capitano di Alessandro Magno che l’aveva violentata durante la battaglia di Tebe.

La storia narra che dopo averla stuprata il trace le chiese se conoscesse un luogo dove fossero nascosti denari e gioielli. La donna lo portò ad un pozzo indicandoglielo come nascondiglio di un enorme tesoro. Quando lui si sporse per guardare lei lo spinse dentro e gli lanciò addosso grandi pietre finché quest’ultimo non morì. Impressionato dal racconto di quest’atto, Alessandro Magno fece grazia della vita a lei ed ai suoi figli per il coraggio e la volontà dimostrati.

Insomma, prima ancora del #MeToo c’erano, e ci saranno sempre, storie di coraggio e ribellione che permetteranno a tutte le donne di liberarsi una volta per tutte dei fardelli che le accompagnano ed interrompere un giorno il circolo vizioso della violenza.

 

 

 

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