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Facebook finalmente ammette di aver censurato le sponsorizzazioni LGBT

A seguito di un'inchiesta del Washington Post, Facebook ammette di aver censurato i contenuti legati alla comunità LGBT

Quest’estate Facebook è stato protagonista di una serie di censure ai danni della comunità LGBT+ che hanno gettato un’ombra oscura sul funzionamento del social network più famoso al mondo (circa due miliardi di utenti). In Italia, come nel resto del mondo, molti annunci pubblicitari realizzati da associaziotni e gruppi LGBT+ sono state bloccate.

In Italia, è successo in occasione della Pride Week e per un festival di Drag Queen, sponsorizzazioni di eventi LGBT+ rimosse perché non avrebbero rispettato i famosi “standard della community”. Senza contare le pagine oscurate, anche se temporaneamente, dal social network (l’esempio più eclatante quello dei Sentinelli di Milano).

Facebook e la censura: niente baci lesbici e niente drag queen!

Negli Stati Uniti, diverse associazioni, come Bisexuality.org, o la pagina Naked Boys Reading hanno subito la stessa sorte. Altrettanto i contenuti sponsorizzati da pagine importanti, come LGBT Pride, Out for Health: LGBT Health & Wellness Program e LGBT Fertility, sono stati rimossi.

Già all’inizio del 2018, Buzzfeed aveva segnalato che Facebook aveva bloccato in modo silenzioso il targeting degli annunci per orientamento sessuale, impedendo alle organizzazioni LGBT+ di raggiungere il proprio pubblico di destinazione. Le denunce da parte degli amministratori delle pagine LGBT+ sono aumentate e il Washington Post ha realizzato un’inchiesta per capire il funzionamento della censura all’interno del social network. 

Una censura che funziona molto male

A quanto pare, Facebook ha deciso di applicare una sorta di censura ai contenuti considerati divisivi, legati a questioni strettamente politiche, anche se non legati direttamente al mondo LGBT+. Devon Kearns, portavoce di Facebook ha spiegato al Washington Post che gli annunci «etichettati in modo errato sono stati rimossi dall’archivio e ci scusiamo per l’errore». Quest’etichettatura, infatti, ha penalizzato anche sponsorizzazioni di post del tutto “innocui”.

Marsha Bonner, attivista americana, ha dichiarato al Washington Post di come la sua pubblicità per una conferenza sulle persone LGBT+ di colore sia stata bloccata all’inizio di quest’anno: «Perché questa comunità è considerata una comunità politica? Gli immigrati sono politici. Le persone LGBT sono politiche. Gli afroamericani sono politici. Gli americani asiatici sono politici. Qual è il limite? Tutto ciò che stiamo cercando di fare è solo vivere le nostre vite».

Nel frattempo, ciò che lascia basiti è il proliferare su Facebook di pagine omofobe e razziste, senza considerare il moltiplicarsi di fake news e troll. Forse c’è qualcosa che sfugge al social network più famoso al mondo.

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Un commento

  1. nell’articolo se ne parla al passato ma è ancora più attuale che mai. Solo la scorsa settimana facebook ha vietato la promozione della Queer Iinfection Lab di Roma perché conteneva la parola queer. Come chiamarla, se non censura!!

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