Lea DeLaria: «Basta con LGBT, bisogna usare solo queer»

L’acronimo LGBT, e nella sua versione più estesa LGBTQIA, è un tentativo di includere tutte le categorie di persone che non sono eterosessuali o cisgender (che è l’opposto di transgender, quindi qualcuno che non desidera transitare da un genere all’altro): Lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersex, asessuali.

Sappiamo benissimo che non è sempre facile far passare, soprattutto a livello mainstream, il significato di questo acronimo, e sappiamo benissimo che il concetto dell’inclusività e del politically correct (la L di lesbiche va all’inizio per compensare anni e anni in cui si usava solo la parola gay) ha dei rischi: diventare incomprensibile e inevitabilmente sottolineare le differenze tra una “categoria” e un’altra.

Così, tra le persone che si rifiutano di usare l’acronimo LGBT c’è Lea DeLaria, attrice di Orange is the new black che nella serie targata Netflix interpreta Boo, lesbica butch, dal cuore tenero, ma dall’aspetto decisamente aggressivo. In un’intervista a Pride Source, Lea DeLaria ha detto:

Una parte di me è convinta che questa inclusività nel volerci chiamare LGBTQQTY – ma anche LMNOP – non fa altro che mettere in evidenza le nostre differenze. Ed è per questo che mi rifiuto di usarlo. Dico queer. Queer val per tutti. Questa è questione più importante da affrontare per la comunità queer, fino a quando non impareremo ad accettare le nostre differenze.

Queer, parola inglese che significa “bizzarro, strano”, dalla seconda metà del novecento in poi, è diventato quel termine “ombrello” sotto il quale rientrano tutti coloro i quali non si identificano nella “norma” (queer, nel senso di “deviato”, è l’opposto di straight, che in inglese vuol dire “dritto” ma anche “eterosessuale”) sia per l’orientamento sessuale che per l’identità di genere. Ma non solo, queer è applicabile anche alle pratiche sessuali come BDSM o bondage, che prescindono dall’orientamento sessuale ma vengono considerate minoritarie e per certi versi “inaccettabili” dalla società benpensante.

Eppure, per quanto sia perfettamente d’accordo con Lea DeLaria, bisogna ammettere che la parola queer, anche in ambiente anglofono, non è mai riuscita a prendere “il posto” dell’acronimo LGBT (e tutte le altre lettere varie ed eventuali), non ha mai davvero valicato i confini dell’accademia – teorie queer – e paradossalmente è molto più facile che a prendere piede sia il termine “fluido” – pensate a quante volte abbiamo sentito nell’ultimo anno l’espressione gender fluid – che vuol dire un po’ tutto e niente, ma di sicuro non nasce, come queer, con una connotazione negativa.

E voi cosa ne pensate? Preferite LGBT o queer? O qualsiasi altra parola?

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5 commenti

  1. Il fatto è che sia la dichiarazione di Lea Delaria, sia l’articolo ignorano quella che è la ragione principale per cui “queer” non ha preso mai piede come umbrella term: è un insulto.

    Queer non è passato direttamente dal semplice significato di strano al significato con cui viene usato oggi. Per vari decenni, e in molti casi anche tuttora, queer è stato usato come insulto, una specie di versione gender neutral di faggot o dyke. Poi alcuni membri della comunità hanno deciso di “riprendersi” il termine con orgoglio.

    Non fraintendetemi, credo che questo sia un gesto molto potente, MA non cambia il fatto che per molti, soprattutto tra gli anglofoni, questo termine si porta dietro un bagaglio troppo pesante. È il termine che viene sbraitato da quelli che insultano, picchiano e sputano addosso ai membri della comunità lgbt+. È come se in Italia forzassimo un’intera comunità a identificarsi come froci o degenerati.

    1. è la stessa questione per la parola “gay”, un insulto che faceva leva proprio sullo stereotipo dell’omosessuale frivolo, gaio, camp ed eccessivo. Ancora oggi “gay” (ma anche “lesbica”, eh) è usato, a seconda del tono con cui si dice, come insulto. Quindi in teoria secondo il tuo ragionamento non si dovrebbe usare manco la parte di LG di LGBT. Comunque non è vero, “Queer” oggi nella comunità anglofona (in particolare in America) è stata rivendicata eccome, è allo stesso livello di Gay e Lesbian, nè più, nè meno..è in italia che abbiamo l’abitudine di prendere i termini stranieri e tradurli letteralmente senza neanche vedere i contesti reali di evoluzione del termine, per poi usarli a sproposito.

  2. Io non accetto nè LGBT né queer. Sono entrambi definizioni sbagliate. Io sono solo lesbica, non ho nulla a che fare con gay maschi e trans; ed, allo stesso tempo, non mi definisco “strana” (perchè è quello che queer vuol dire) solo perché sono lesbica. Chiunque si chiami se stesso “strano” o “bizzarro” per via della propria sessualità, si auto-discrimina. Semplicemente dire gay, etero o bisex, in base alla propria sessualità, è troppo facile; quindi la gente deve complicarsi la vita e creare termini strambi per sentirsi speciale.

  3. Meglio queer. In fondo, anche la parola “gay” all’inizio aveva una connotazione prettamente negativa, alla fine è proprio questo il trucco: vestirsi dei termini dispregiativi fino a privarli del significato originale,come gli afroamericani che si chiamano tra loro “nigga”

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