Martina Navratilova contro le atlete trans. Quando essere attivista gay non basta

In questi giorni infuria la polemica di Marina Navratilova contro le atlete trans. Un dibattito infarcito di transfobia

In questi giorni sta facendo molto discutere la presa di posizione di Martina Navratilova contro le atlete trans. La Navratilova è colonna portante nella storia del tennis, nonché la prima sportiva ad aver dichiarato (era il lontano 1980) la propria omosessualità.

A fine 2018, l’ex tennista ha twittato: «Non puoi semplicemente definirti donna e poter competer contro le donne. Devono esserci degli standard, avere un pene e competere contro una donna non rientra in quegli standard». Per poi spiegare in un lungo articolo sul Sunday Times le proprie posizioni:

Un uomo può decidere di essere femmina, prendere ormoni se richiesto da qualsiasi organizzazione sportiva, vincere tutto e magari guadagnare una piccola fortuna, e poi invertire la sua decisione e tornare a fare bambini se lo desidera. È folle e sta imbrogliando. Sono felice di rivolgermi a una donna transgender in qualsiasi forma preferisca, ma non sarei felice di competere con lei. Non sarebbe giusto. Ridurre semplicemente i livelli di ormoni – la prescrizione che la maggior parte degli sport ha adottato – non risolve il problema.

Secondo le linee guida introdotte dal Comitato olimpico internazionale nel 2016, i trans ftm sono in grado di competere senza restrizioni, mentre le donne trans devono dimostrare che il loro livello di testosterone è inferiore ad un certo livello da almeno un anno prima della competizione. Fino al 2003, era necessario che gli atleti transgender si fossero sottoposti ad un intervento chirurgico di riassegnazione, seguito da almeno due anni di terapia ormonale per essere idonei alle competizioni.

In molti hanno accusato l’ex tennista di transfobia. In effetti, nell’articolo in inglese, la Navratilova si riferisce alle persone trans usando il pronome maschile: «A man can decide to be female, take hormones if required by whatever sporting organisation is concerned, win everything in sight and perhaps earn a small fortune, and then reverse his decision and go back to making babies if he so desires».

La riposta alle atlete trans

Contro di lei si sono levate le voci di diverse attiviste e sportive trans, tra cui Rachel McKinnon, ricercatrice e ciclista canadese, la prima atleta trans a vincere un titolo mondiale. Ma secondo la Navratilova la vittoria della McKinnon, nonostante i suoi livelli di testosterone fossero di molto sotto il livello consentito, è motivata dall’altezza e dalla massa muscolare che, in un uomo, si sviluppa sin dalla tenera età: «Un uomo accumula densità muscolare e ossea, oltre a un maggior numero di globuli rossi che trasportano ossigeno, sin dall’infanzia».

Ciò che colpisce, nelle argomentazioni dell’ex campionessa di tennis, è una certa approssimazione nel definire l’ipotetico vantaggio competitivo di un’atleta, come se si potesse ridurre tutto ad una questione ormonale. Forse dimentica Martina Navratilova che nel 1990, agli Internazionali di Roma, fu battuta da una ragazzina di 16 anni, esile e molto meno muscolosa di lei, che per dare potenza ai suoi colpi eseguiva diritto e rovescio a due mani. E così anche l’anno dopo agli US Open, dove la Navratilova perse con un misero 7-6, 6-1. Monica Seles la numero uno al mondo aveva distrutto un mostro sacro del tennis. E non certo per superiorità fisica.

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Cosa conta davvero per vincere

La ex numero uno del circuito WTA, Serena Williams, è stata accusata a più riprese di non essere una donna. La sua potenza fisica (con un servizio da fare invidia a molti giocatori del circuito ATP), la sua resistenza, la sua muscolatura, nonché il numero “spropositato” di titoli conquistati, dovevano essere chiari segnali di una “anomalia”. Nel tennis, il razzismo non è sdoganato (almeno questo) quanto la transfobia, e nessuno si è permesso di dire «vince perché è nera» (di fatto, le sorelle Williams sono state le prime tenniste di colore ad arrivare in cima alla classifica e a restarci per più di un decennio).

Il punto è proprio questo: ogni volta che si muovono delle accuse contro le persone trans, si parte da un pregiudizio che tende a schiacciare tutto il resto. Nessuno vuole negare la maggiore potenza fisica di uomo rispetto a una donna. Ma le competizioni, e questo Martina Navratilova dovrebbe saperlo bene, non si vincono perché hai più muscoli o centimetri in più.

Come se non bastasse, nessuno si preoccupa dell’ipotetico “svantaggio” degli atleti trans ftm rispetto agli atleti cisgender. È evidente che nel discorso della Navratilova ci sia un vizio di fondo. Forse essere attivisti per i diritti gay non è sufficiente per spogliarsi del tutto dai pregiudizi e dalla transfobia che aleggia nella stessa comunità LGBT.

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7 commenti

  1. Non so se Martina sia transfobica o altro, se lo è peggio per lei e mi dispiacerebbe molto, ma dire che non c’è differenza tra uomo o meglio donna nata uomo nello sport è prendersi in giro, lo sviluppo della muscolatura, la velocità, la resistenza, non esiste donna che possa superare un uomo è una realtà fisica inconfutabile, giusto al cinema o un donna fortissima e velocissima un uomo medio. Non siamo uguali ma abbiamo gli stessi diritti e doveri, la differenza è “bella” non appiattiamo tutto in nome di non so quale political-etical-gender correct.

  2. E non è solo un fatto di vantaggi fisici. Navratilova sottolinea, giustamente, che queste regole non impediscono ad uomo (sto parlando di mediocri, disonesti atletli maschi che fanno fatica ad emergere nel proprio sport) di fare una cura ormonale, dichiararsi donna, gareggiare, molto probabilmente vincere e poi, dopo qualche anno, riprendere il suo genere di partenza. E a questo punto che si fa? Gli si tolgono le medaglie e i premi? Si cancellano i suoi record? Si dà un risarcimento alle atlete che hanno gareggiato contro di lui? Non è che magari il tanto temuto ‘gatekeeping’ puà essere utile, di tanto in tanto?
    Tra l’altro Rachel Mackinnon, che ha aspramente criticato Navratilova, auspica il completo abbandono del controllo del livello ormonale, in quanto sostiene che costringere gli atleti transgender ad adeguarlo è una violazione dei diritti umani. Questo sarebbe un altro colpo al diritto che hanno le atlete femmine ad una competizione leale, perchè di certo le regole antidoping per loro varrebbero comunque.

  3. uomini e donne sono diversi come muscolatura e ormioni, negare questo è folle, negare che questo abbia effetti sulle competizioni sportive è folle

  4. Dovremo arrivare a fare tutte le gare come nella box, dove le competizioni sono divise per categoria di potenza fisica in base al peso.

  5. È evidentemente che chi ha scritto questo articolo non ha mai fatto sport.
    Le differenze fisiche tra uomini e donne sono notevoli ed evidenti e non credo che farlo notare significhi essere transfobici! Ormai si è arrivati a dei paradossi del politicamente corretto e personalmente non penso sia giusto, corretto e sportivo che gareggino nella stessa “categoria”.

  6. Ha ragione, chi è nato uomo ha una struttura ossea diversa e una serie di altri vantaggi. Caster Semenya vi dice nulla? Quando per rincorrere la tolleranza ad ogni costo si svantaggiano le donne…

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