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Maru, la cantautrice siciliana che racconta le donne suonando l’ukulele: «Ma non chiamatemi LP»

Il 23 novembre esce Zero Glitter, il secondo album della cantante siciliana Maru, che non fa mistero della sua omosessualità...

La musica e le parole possono essere uno strumento potentissimo per raccontare se stessi, per arrivare al cuore delle persone, anche attraverso un’apparente leggerezza. È così che si potrebbe riassumere Zero Glitter, il secondo album della cantautrice siciliana, Maru, in uscita il 23 novembre per la Bravo Dischi.

Ad anticipare l’uscita del disco, il 15 ottobre è stato pubblicato il primo singolo Giorgia, che racconta di una ragazza divisa a metà, della libertà di esprimersi in ogni sua sfaccettatura e contraddizione. La canzone è accompagnata da un video con protagonista un manichino che, come ci piega Maru, «col passare del tempo diventa sempre più umano».

Ad un primo ascolto, il paragone con LP è immediato. Entrambe suonate l’ukulele ed entrambe non fate mistero di scrivere canzoni per altre donne. È solo un caso?
In realtà è un paragone che mi lusinga e mi diverte molto. Quando è uscito il video di Lost on You, delle persone mi hanno detto: «Brava, ho visto il tuo video su MTV», pensavano fossi io. Ma prima di allora non la seguivo più di tanto. La mia passione per l’ukulele, infatti, nasce prima, nel 2012. Da piccola suonavo basso e chitarra elettrica, poi mi sono trasferita a Cremona per studiare alla Scuola di Liuteria. Una sera degli amici di Milano mi hanno fatto provare l’ukulele e da allora non l’ho più lasciato. È uno strumento fantastico, che puoi portati ovunque, ma è molto più complesso di come pensano in tanti. Ed è grazie a quel senso di leggerezza che ho ripreso a scrivere canzoni.

Come nasce Zero Glitter?
Ho sempre scritto, da quando ero piccola. All’inizio scrivevo in inglese, perché mi sono sempre piaciuti gruppi come gli Strokes, gli Offspring, i MGMT. Poi ho scoperto l’ukulele ed è stato tutto naturale, come se questo strumento avesse la capacità di alleggerire le storie che volevo raccontare, come se mi desse la possibilità di essere ironica nei testi delle canzoni. Zero Glitter, infatti, racconta dei miei fallimenti e dei miei stati d’animo. Sono le cose che volevo dire a me stessa o alle persone a me vicine. Ma è anche un percorso di accettazione di sé e di come farsi accettare dagli altri così come siamo.

A proposito di “accettazione di sé”. Sei una donna che scrive di amore per altre donne, ma nel presentare il tuo disco non usi mai la parola lesbica. È una scelta o una censura?
Personalmente mi definisco lesbica, mi sono sempre definita così. Sono fortunata perché vengo da una famiglia in cui non è mai stato un problema se da piccola a carnevale volevo vestirmi da principessino e non sa principessa. Appena la cosa è uscita all’esterno, ai tempi delle scuole medie, ho trovato un muro. Ma col tempo ho imparato a superare anche questo. E mi sembrava una cosa inutile scrivere “sono lesbica”, così come è inutile scrivere “sono etero”. Prima di tutto voglio essere una cantante indie-pop. L’omosessualità è solo la cornice di ciò che sono.

Resta il fatto che le persone nel mondo dello spettacolo che dichiarano la propria omosessualità sono poche.
Penso che il problema non sia tanto nascondere la propria omosessualità, ma tirarla fuori al momento opportuno per farsi pubblicità. C’è chi lo utilizza a proprio vantaggio, i manager che ti dicono “adesso fai coming out” perché ti conviene. Io ho semplicemente scelto di raccontarlo attraverso le mie canzoni. Del resto, come puoi mentire se quello che scrivi è quello che stai dicendo a te stessa?

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La Mile

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