Mondiali di calcio femminile. Perché la parità di genere fa così paura?

Dopo la vittoria all'esordio dei Mondiali di Francia, i media si occupano delle Azzurre, ma i commenti online sono agghiaccianti

Finalmente i mondiali di calcio femminile. Dopo la mancata qualificazione per i “maschietti” ai Mondiali di Russia 2018, gli italiani rispolverano la bandiera azzurra, la prima volta in onore delle calciatrici. Mentre negli altri paesi il calcio femminile è altamente riconosciuto e amato (negli Stati Uniti, per esempio, il calcio è prettamente femminile), dalle nostre parti, a pallone si può giocare solo se hai un alto livello di testosterone nel sangue.

Perché mentre i media mainstream celebrano (era ora) la nazionale femminile, i commenti online sono davvero agghiaccianti. Andate a leggere quello che hanno scritto sotto al post della Gazzetta, se non mi credete, dove oltre alle solite frasi maschiliste, la parola lesbica torna alla sua orribile accezione negativa: l’offesa.

Perché le donne che giocano a calcio danno così fastidio al maschio italiano?

Ho l’impressione che per molti vedere delle donne che giocano (bene) a calcio sia una specie di lesa maestà. Mettendo da parte il fatto che, di solito in Italia, tutti gli sport maschili sono più seguiti di quelli femminili, il problema è la paura. L’idea che una donna possa saperne più di loro, che conosca alla perfezione gli schemi di gioco, le regole, le tecniche del giuoco del calcio, è una vertigine che non tutti i maschi riescono, per prima cosa, a comprendere, e poi a gestire.

È come se il maschio italico volesse dirci: sappiamo fare solo questo, starcene sul divano con la birra in mano, ruttare e immaginarci allenatori della nazionale, non toglietecelo! E invece, oltre allo sport da bar, quello del lunedì mattina in cui tutti si improvvisano tecnici e commentano le alterne vicende del proprio club del cuore, esiste anche lo sport praticato. Quello dei campi di periferia, dove un po’ alla volta, anche le ragazze stanno cominciando a muoversi in maniera sempre più massiccia. Inseguendo un sogno, una passione. Ostinate anche contro il naso storto dei genitori, che avrebbero preferito che facessero danza classica. Non perché la danza sia più bella del calcio, o perché abbiano idea di cosa sia un plissé, ma perché è da femmine.

Per fortuna, la specie si evolve (a fatica, ma lo fa). E se nel tennis, uomini e donne guadagnano (tanto) allo stesso modo, è perché una giocatrice, Billie Jean King, testarda, decise negli anni ’70 di opporsi alla disparità di trattamento. Fondò la WTA (Women’s Tennis Association), l’attuale circuito femminile, e accettò la sfida di Bobby Riggs, ex campione, convinto che nonostante fosse in là con gli anni sarebbe riuscito a battere, perché maschio, la numero uno al mondo. Tutti sappiamo come andò a finire: la Battaglia dei sessi fu vinta da Billie Jean King, con un sonoro 6-4, 6-3, 6-3.

E allora, evviva le Azzurre della Nazionale. Evviva la strada verso la parità. Alla faccia di chi ancora pensa che si possa dividere il mondo in base alla disposizione dei cromosomi e ai livelli di testosterone che abbiamo nel sangue.

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