Quando il femminismo diventa omofobo. Il no delle femministe alla gestazione per altri

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Neil Patrick Harris e il marito David Burtka con le loro due figlie

Mentre sembra che tutto taccia, in realtà la discussione sui diritti per le coppie omosessuali si sta sempre più spostando su un altro fronte: quello legato alla maternità surrogata. Fermo restando che alla gestazione per altri accedono soprattuto le coppie eterosessuali, al no da parte dei gruppi cattolici integralisti si va ad aggiungere quello delle femministe, francesi e italiane. Come riportato dalla 27esima ora del Corriere, il 2 febbraio 2016 in Francia si terrà un convegno per l’Abolizione universale della maternità surrogata, alla quale parteciperanno ricercatori, parlamentari francesi ed europei, associazioni femministe.

La promotrice è  Sylviane Agacinski, storica femminista francese contraria alle pratiche di fecondazione assistita, ree di sfruttare il corpo delle donne: «Non abbiamo a che fare con gesti individuali motivati dall’altruismo, ma con un mercato procreativo globalizzato nel quale i ventri sono affittati. È stupefacente, e contrario ai diritti della persona e al rispetto del suo corpo, il fatto che si osi trattare una donna come un mezzo di produzione di bambini». La Agacinski fa riferimento a quei paesi, come l’India o il Nepal, dove le donne vengono “comprate” per partorire bambini che saranno affidati ad altre coppie, coppie che quasi sempre provengono dai paesi ricchi.

Al coro delle femministe francesi si è aggiunto quello delle italiane. In principio fu Luisa Muraro, che definì le coppie gay «naturalmente e ovviamente sterili», accusando gli uomini gay di voler usurpare alle donne il dono della maternità. Poi, lo scorso 22 novembre alla Casa delle Donne di Roma si è tenuto un incontro al quale hanno partecipato voci storiche del femminismo italiano, insieme ad alcuni esponenti di associazioni LGBT, come Aurelio Mancuso, le cui idee in merito alla gpa le conosciamo bene.

Una delle posizioni più tranchant delle femministe riunitesi alla Casa delle Donne è quella di Paola Tavella: «Le donne e gli uomini di fronte alla procreazione non sono sullo stesso piano. Non possiamo organizzare scientificamente di fare nascere un figlio senza madre, che non avrà mai una madre». Queste parole non vi ricordano per caso quelle di un certo Mario Adinolfi che per attaccare le coppie omosessuali ha scritto un libro il cui titolo è (casualmente) “Voglio la mamma”?

Claudio Rossi Marcelli col marito, Manlio Sanna, le figlie e le due madri surrogate.

È un paradosso. Le donne, che in passato hanno lottato per una società più giusta, per una società in cui le donne avessero egual voce ed egual spazio rispetto agli uomini, sono diventate, senza neanche rendersene conto, omofobe. Se teniamo conto che le posizioni di ArciLesbica non sono così dissimili da quelle delle femministe qui citate, con l’unica differenza che loro sostengono la gpa solo se esclusivamente volontaria e senza nessun scambio economico, dobbiamo ammettere che siamo di fronte ad un corto circuito che non ci porterà da nessuna parte.

Il punto è che nessuno può vietare o mettere in discussione il desiderio di genitorialità di una persona. La genitorialità è un diritto. E come tale va regolata. Queste regole sono necessarie per evitare abusi, violazioni, sfruttamenti, ma non devono in nessun modo – come invece vorrebbero certe femministe – discriminare le coppie in base al genere, perché in quel caso non solo sarebbero regole ingiuste, ma fondate su un principio illogico. Qualsiasi coppia che fa uso di pratiche mediche per procreare è una coppia “sterile” – che essa sia gay, lesbica o etero, che si tratti di fecondazione assistita o gestazione per altri. Il dibattito, infatti, non dovrebbe ruotare attorno al genere che compone la coppia, ma attorno a un cambiamento epocale: in quello che fino a qualche decennio fa veniva considerato naturale – il concepimento, la gestazione e il parto – è intervenuta la scienza. Ed è un cambiamento che riguarda tutti.

Come se non bastasse, tutto questo discorrere non tiene conto di un altro aspetto significativo: l’impossibilità per single e coppie dello stesso sesso di adottare. Allora, anziché fossilizzarsi su discorsi vecchi e stravecchi, che ancora legano la genitorialità alla biologia, che ancora ricalcano il modello binario uomo/padre donna/madre, perché non ci si siede a un tavolo e non si prova a discutere di cosa vuol dire essere genitori, e genitori omosessuali, nel ventunesimo secolo?

Infine, vorrei che certe femministe, quando si parla di diritti delle persone omosessuali, la smettessero di descrivere gli uomini come sfruttatori del corpo delle donne. Non vi è nessun nesso logico tra il desiderio di genitorialità di una coppia gay e lo sfruttamento delle donne. È vero, tanti – etero e gay – si rivolgono a quei paesi dove la leva per le gestanti è la povertà, ma è altrettanto vero che tantissime coppie scelgono l’America o il Canada, dove le gestanti (che non hanno nessun legame biologico diretto col bambino che portano in grembo) sono perfettamente tutelate.

Perché queste femministe, anziché tuonare contro il maschio usurpatore, non chiedono alle donne canadesi, americane, svedesi e di altri paesi del nord Europa, perché portano avanti- con o senza compenso economico – una gravidanza per altri? Perché si punta il dito contro il presunto maschio (in questo caso gay) e non si dà voce, invece, alle donne che scelgono di essere madri surrogate? La risposta la affido alle bellissime parole di Chiara Lalli che, nel suo articolo su ArciLesbica, scrive: «La presunzione di parlare in nome di tutte le donne è pericolosa e miope. E la volontà di difendere le persone dalle loro stesse scelte è paternalistica e anche un po’ ridicola. La condanna della scelta di portare avanti la gravidanza per qualcun altro sembra alimentarsi anche di convinzioni stereotipate secondo cui le donne sono fragili e materne, e non possono che volersi tenere quella creatura che per nove mesi hanno tenuto nel proprio utero. Non possono che seguire strade predisegnate. Ovvero, l’utero è mio ma decidi tu cosa devo farne».

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13 commenti

  1. soprassedendo sull’appellativo di omofobo che ormai, come un vaffanculo, non si nega a nessuno, la gestazione per altri si chiama più (volgarmente ma) realisticamente utero in affitto proprio perchè si affitta una parte del proprio corpo.
    lasciando stare il fatto di essere favorevoli o contrari, mi consta che nella stragrande maggioranza dei casi le donne che accettano di fare figli per altri siano costrette da povertà estrema e in molti casi trattate come polli da batteria.
    altrimenti aspetto dati diversi.
    rivolgendomi a chi, come chiara lalli, parla con toni entusiastici dell’utero in affitto, utero in affitto equiparabile a ogni altra attività, partendo dai due presupposti fondamentali, altruismo e desiderio/sacro diritto, allora ancora una volta sollecito costoro (e mi rivolgo alle donne) a risolvere quella contraddizione che fa dire ad alcune di loro “no, io no, ma le altre sono diverse, quindi le altre sì”, e di farlo loro per prime un figlio per altri, e di sensibilizzare sorelle, cognate, amiche, colleghe, mamme ancora in grado.
    perchè altrimenti è facile nobilitare anche la surrogacy tanto poi non dobbiamo farla noi nevvero!

  2. Come si fa a stabilire che una GPA è più “etica” di un’altra? Partendo dal presupposto che una GPA che si paga è un commercio, ed è commercio sul corpo delle donne, permettere ciò significa in molti casi costringere delle donne a ricorrere alla GPA per questioni economiche (spinte spesso da terzi). Non c’è un giusto e uno sbagliato, in un mondo ideale ognuna dovrebbe poter fare del proprio corpo ciò che vuole, liberamente.

    1. Le agenzie “serie” fanno per questo motivo diversi controlli (ad esempio: deve avere un certo reddito) e colloqui con chi si candida come surrogata per essere certi che il movente non sia economico. In alcuni Paesi (il canada ad esempio) non vengono proprio pagate, quindi non si pone il problema che il motivo sia quello.
      Se c’è una “zona nera”,soprattutto in Paesi poveri, il punto è non permettere di operare fuori da queste regole e quindi permettere soprusi e abusi, non vietare il tutto a prescindere!

  3. penso che sul fatto che farlo con movente economico, sfruttando donne povere, sia un abuso, squallido, non lo dovrebbero permettere ecc siano d’accordo tutti (escluso chi lo fa o lo organizza).
    Quello che mi da fastidio è lo scetticismo nell’ascoltare storie completamente diverse in cui sono signore che lo fanno volontariamente e che instaurano un legame con la famiglia che terrà il bambino, e che sono felici di poter aiutare una famiglia ad avere un figlio che altrimenti non sarebbe proprio nato.
    Questo non significa che tutte se la debbano sentire di farlo, e se una pensa che non ce la farebbe mai ad avere una gravidanza per conto di altri è una stronza.
    Però, sputare sentenze, condannare a priori chi lo fa (ripeto, all’interno di regole serie che controllino che non ci sia sfruttamento) non mi sembra giusto, oltretutto quando ci sono nazioni dove queste donne non sono neanche retribuite, quindi l’opzione che il movente sia economico non esiste. Il sistema americano prevede un compenso (con i limiti che la donna deve avere un certo reddito, quindi non possono farlo quelle in condizioni di bisogno, e comunque i soldi ricevuti non sono tantissimi, si parla di cifre sui 15000 – 20000 dollari? soldi che si possono guadagnare con un lavoro non qualificato…perchè una donna dovrebbe scegliare di fare una cosa così importante SOLO per ricevere una cifra del genere?) ma per quanto la cosa sia criticabile, ricordiamo che nel sistema sanitario americano, nulla è gratis, anche per donare il sangue si riceve un compenso, quindi non c’è da stupirsi non lo sia neanche questo.

  4. Ho letto l’articolo di chiara lalli e mantengo tutti i miei dubbi: non credo affatto che la gravidanza sia equiparabile a “ogni altra attività” in quanto non tutte le attività si svolgono dentro l’utero di una persona e hanno come risultato la nascita di un essere umano, io penso che si parla di intervenire su questa particolare attività non sia sbagliato interrogarsi eticamente nè mi va di applaudire acriticamente come progresso ogni cosa che viene presentata come tale. fermo restando il principio per cui una donna col suo utero può fare quel che vuole, può anche affittarlo ma allora si creino delle regole severe per evitare abusi e ovviare a eventuali rischi

    1. e per chi se lo chiede io sono favorevole alla legge 194 e abolirei la parte che consente ai medici di obiettare

  5. Secondo me la genitorialità non dovrebbe essere un diritto, nemmeno per le coppie eterosessuali che troppo spesso fanno figli “perché si”: la genitorialità è prima di tutto una enorme responsabilità ed è giusto che qualsiasi individuo adulto che sia psicologicamente, economicamente e mentalmente in grado e voglia cimentarcisi possa farlo. Non per salvare la coppia, non per noia, non per il bebè, ma per la volontà di mettere al mondo e crescere un essere umano. Detto ciò, e donatrici di utero, così come i donatori di sperma, di sangue, le libere prostitute, sono tutte persone adulte che hanno scelto di amministrare il loro corpo in un modo particolare. Che male c’è, per tale servizio, essere retribuiti di conseguenza? Un massaggiatore lo paghi? Uno psicologo lo paghi? Perché io non posso scegliere di essere pagata per ospitare lo sviluppo di un embrione per una famiglia che non può averlo? Perché non posso essere libera nel decidere a chi vendere il mio corpo e in che condizioni? Rendere legali questi servizi permetterebbe di renderli regolari e sicuri per entrambe le parti, proprio grazie alle agenzie. Ok, io non donerei mai utero, ovuli o corpo perché PERSONALMENTE do un particolare valore a essi. Ma sono io, mica tutti siamo uguali. E si potrà permettere questa pratica, se genera gioia e soddisfazione a entrambe le parti?

    1. “la genitorialità non dovrebbe essere un diritto” ma l’unico modo per attuare questo sarebbe costringere tutti coloro che vogliono un figlio a fare test attitudinali e a chi non li supera andrebbe impedito (come?) di procreare..il risultato sarebbe una società illiberale

  6. Bell’articolo, chiaro e doveroso!
    Invito gli scettici a leggere con attenzione l’articolo di Chiara Lalli che avete linkato, è uno dei contributi più lucidi e intelligenti che abbia letto sull’argomento.

  7. scusate io sono favorevole all’adozione per le coppie gay ma sulla “gestazione per altri” (che non è uguale alla fecondazione assistita) qualche dubbio etico ce l’ho (senza voler mettere in discussione la libertà interiore delle donne che scelgono di affittare il proprio utero) e non mi importa se la coppia richiedente è etero o gay..spero di non essere bollato come omofobo per questo nè come uno che considera e donne fragili a prescindere perchè non è così

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