#QuellaVoltaChe: per paura di non essere creduta non ho denunciato un’aggressione sessuale

Quando è la tua parola contro quella di uno che ti ha minacciato di morte, le parole per denunciarlo non riesci nemmeno ad immaginarle.

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Avevo circa 19-20 anni, mi sentivo tanto “adulta” senza rendermi conto che ero solo una ragazzina cresciuta troppo in fretta. Ad oggi non cerco più i perché e i per come di un’adolescenza passata tra un letto e l’altro del primo arrivato, più come mezzo di ribellione, che reale sperimentazione sessuale. Crescere in una città piccola, in una famiglia inconsciamente iperprotettiva e castrante, può generare strani cortocircuiti. E così, se per anni il sesso lo fai senza sentimento, ma come sfizio per toglierti delle curiosità, la tua affettività va un po’ a farsi benedire.

Poi a 19 anni capii: non era un problema con il sesso, era un problema con chi facevo sesso. Ero lesbica. Lo sapevo da sempre, ma non lo avevo mai voluto ammettere, fino a quel momento. Certo tra iniziare ad ammetterlo ed accettarlo ne passa di acqua sotto i ponti, ma per la prima volta iniziai a pensare a chi ero davvero e cosa volessi. Ma quando non sai distinguere tra amore e sesso, la strada si fa ancora più complessa.

In quel momento arrivò lui. Un amico di amici, che aveva bevuto troppo. Io sola, in anticipo rispetto a tutte le mie amiche, un “Ti accompagno io verso casa di XX” e l’improvvisa svolta in una delle viuzze della mia città. Un bacio appassionato, fin troppo, ma così simile a tanti altri che avevo ricevuto. Per cui mi dissi: vediamo (avevo capito tante cose di me, ma ancora non sapevo davvero chi fossi). Un altro bacio contro un muro. Era estate, ero vestita poco. E poi il muro, è diventato un altro muro, e poi il cofano di un’auto, poi un altro muro, un’altra auto. Le mani si facevano più forti, più sporche, più violente. I baci diventarono altro. Nessuna richiesta di permesso, nessuna delicatezza, nessun sentimento. Cosa c’era di diverso da tutto quello che mi era sempre accaduto, visto che spesso mi ero data senza nemmeno riflettere? Io.
Iniziai ad aver paura. Mani al collo, minacce di morte se avessi parlato, il tentativo di fare sesso, fallito per fortuna, per il troppo alcool che aveva in corpo. Altre minacce, altre mani ovunque, poi la scintilla si spense, un altro “Ti ammazzo” e poi se ne andò.

Io rimasi sporca, graffiata, scomposta. Non ero riuscita a fare nulla e perciò mi ripetevo “Non è successo nulla, nulla di grave, in fondo glielo hai permesso”. Non ero in grado di capire cosa mi fosse successo. Non c’erano testimoni, nonostante accadde in pieno centro, gli avevo permesso di avvicinarsi, come lo avrei detto ai miei, mi avrebbero creduto, cosa dovevo fare? Mille pensieri mi passarono per la testa. Ma ero sola, in lacrime, umiliata e piena di vergogna. Rispetto a tutte le volte che mi ero posta come un oggetto, quella notte non avevo scelto nulla di tutto quello che passai, se non di farmi accompagnare per strada e di farmi dare un bacio. Non capivo perché. Da lì in poi mi raggelai, fino a che passata la tempesta, capii di valere di più, molto più di tutto questo. Ma non abbastanza da denunciarlo. E questo non me lo perdonerò mai.

 

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Arianna P

Aspirante yogi e non sto parlando dell'orso :)

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