Sanremo. La vittoria di Mahmood e la questione dell’identità

Perché la vittoria di Mahmood all'ultimo festival di Sanremo riguarda anche la comunità LGBT+

Sono passati tre giorni dalla contestatissima finale di Sanremo. Tre giorni in cui Luigi Di Maio, pur avendo perso le elezioni in Abruzzo, ha commentato solo il meccanismo con cui vengono nominati i vincitori del Festival della musica italiana: «Popolo versus élite».

Sono stati tre giorni di agonia. Ovunque, sui social, sui giornali, alla tv, per strada, al bar, dal parrucchiere, dal medico, al ristorante, non si parlava d’altro. Mahmood, un italo egiziano, che ha osato cantare in arabo sul palco dell’Ariston, ha vinto Sanremo. Uno scandalo. Ma anche un chiaro segno di sfida alle politiche anti-migranti di Salvini. Certo, come non notarlo! Con Aldo Cazzullo sulle colonne del Corriere che, aggiungendo banalità a banalità, commentava la vittoria di Mahmood tirando in ballo i barconi, il Ministro degli Interni, e la regolamentazione dell’immigrazione.

Del resto, cosa vuoi che faccia un egiziano in Italia? Emigra. Un po’ come succedeva nei primi anni ’80 a Massimo Troisi in Ricomincio da tre, «Di dove sei?», «di Napoli», «ah, emigrante», «No, ma i napoletani non possono viaggiare?». Certo, nel film Troisi era emigrante, ma con una battuta smantellava uno stereotipo che, fino a quando non sono arrivate le persone dal nord Africa, era destinato a chi dal sud Italia si trasferiva al nord.

In tutto ciò, il povero Mahmood, quasi a volersi discolpare, dichiarava «sono italiano al 100%». Ma perché la vicenda Sanremo riguarda anche il popolo arcobaleno? (e non solo per il tasso altissimo di spettatori LGBT del Festival). Al centro di questa vicenda, piuttosto grottesca, c’è il concetto dell’identità.

L’uso strumentale che si è fatto dell’identità del vincitore di Sanremo è pericolosissimo. Tirato per la giacchetta da una parte, sovranisti, nazionalisti, razzisti e fascisti, e dall’altra da tutti quelli (compreso Cazzullo) che hanno voluto leggere nella sua vittoria un qualche segnale politico contro il Governo. Senza contare chi sui social (ne ho visti tanti) hanno acclamato il trionfo di Mahmood scrivendo “Salvini rosica”, come se il Ministro degli Interni non fosse già lì pronto a dir la sua anche su Sanremo.

Purtroppo la polarizzazione spicciola si è abbattuta tante volte anche sulla comunità LGBT+. Basti pensare al dibattito sulle unioni civili. Il costante dividersi tra pro o conto, spesso per biechi fini elettorali, non fa altro che togliere spessore a delle identità complesse, sfaccettate, a volte anche contraddittorie, trasformandoci in un gruppo informe, nel quale gay, lesbiche, persone trans, bisessuali, intersex sono tutte uguali, tutte indistinte.

Mahmood non è una “cosa sola”, è italiano, è di Gratosoglio, quartiere sud di Milano, ha un padre egiziano che gli dà il cognome, e anche l’ispirazione per scrivere delle gran belle canzoni (oltre a Soldi, anche Gioventù bruciata, il brano con cui ha vinto Sanremo giovani, racconta del rapporto complesso con suo padre) e chissà quante altri elementi caratterizzano la sua identità.

Ma non solo. Ci sono aspetti identitari che non possono essere messi in discussione. Avere un padre egiziano non può essere “cambiato”, così come non si può “cambiare” l’orientamento sessuale. Elementi questi che si possono intersecare: si può essere di origini nordafricane e gay, asiatiche e lesbiche, e via discorrendo. Ma sempre italiani.

Per questo la parola del futuro è intersezionalità: comprendere e mettere in relazione le molteplici dimensioni identitarie che costruiscono il pregiudizio, le discriminazioni, l’odio. L’unico modo per sconfiggerlo.

E nella peggiore delle ipotesi, possiamo sempre chiedere aiuto a Virginia Raffaele che invoca Satana!

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