Suicida per un video hard su Facebook. Ad uccidere è l’omertà. Anche dei social network

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Viviamo in un mondo fatto di algoritmi. Per cercare la persona ideale, anche solo per una notte di sesso, scarichiamo un’app che confronta i nostri interessi con quelli degli altri utenti a pochi chilometri di distanza. Bisogna ottimizzare: tempo, spostamenti, rapporti, persino il sesso mordi e fuggi.

Viviamo in una società in cui ogni esperienza passa dalla pubblicazione di un post. Non puoi chiamarle vacanze se non condividi un selfie o una foto che farà rosicare i tuoi amici, reali o virtuali. Allo stesso modo, avere un’opinione, a prescindere dal contenuto, ha valore solo se la pubblichi sul social di turno e ti becchi una valanga di like.

Viviamo in una società in cui il narcisismo si moltiplica in maniera esponenziale. E non è colpa del cosiddetto popolo del web. Il popolo del web non esiste: siamo noi. La colpa, se di colpa si può parlare, è della struttura intrinseca dei social, di quello che generano. Come scrive giustamente Giovanni Scorfani a proposito di Facebook: «Se un social è disegnato per favorire un nostro certo narcisismo, giocoforza genererà invidia e stalking» [vi invito a leggere qui per approfondire]. Il lato oscuro dei social, infatti, è quello di tirare fuori e dare eco ai comportamenti umani più biechi.

Un po’ come regalare a un cavernicolo uno smartphone. Rimarrà sempre un cavernicolo, ma invece di usare la clava per dar sfogo ai propri istinti userà un social network. E da lì, i suoi amici cavernicoli faranno lo stesso, riempiendo di “cavernicolaggine” il mondo.

Del resto, come possiamo definire l’uomo che ha postato su Facebook i video in cui faceva sesso con una donna del tutto ignara di quello che stava succedendo? Come possiamo definire gli amici di quell’uomo che hanno condiviso i video allegramente? Cosa sono gli utenti web che hanno deriso la donna a tal punto che questa ha deciso di togliersi la vita? A me viene in mente solo la parola: cavernicoli. Con buona pace dei nostri antenati che, forse, erano più civili di noi.

La storia di Tiziana, ora, è su tutti i giornali. E fa indignare, giustamente. Ma la gogna mediatica di Tiziana era iniziata nella primavera del 2015. Un anno e mezzo fa. Aveva lasciato il lavoro, aveva cambiato città, addirittura via dalla Campania, aveva cambiato identità. Aveva fatto causa all’uomo che aveva postato i video. Aveva fatto causa a Facebook, Google, Yahoo, YouTube in base al diritto all’oblio, ma solo cinque giorni fa aveva ottenuto una sentenza col risarcimento di 10mila euro per ogni giorno in cui i video erano restati online. Tutto questo non è bastato.

Evidentemente c’è qualcosa che va al di là degli algoritmi: è la vita reale, quella che ti porti dietro quando spegni il computer, quando stacchi la suoneria del telefonino e quando sei sommersa dalla merda, quella che da virtuale diventa, appunto, reale. E viceversa. Perché a causare tutto questo è stata una persona, in carne ed ossa. E allora basta con questa storia del popolo del web, basta parlare dell’Internet come se fosse una creatura a sé stante. Siamo noi, incapaci di comprendere che attraverso i social le nostre meschinità possono solo diventare più meschine e con delle conseguenze sempre più gravi.

Le domande da porsi sono altre (e sono sempre le stesse): cosa scatta nella testa di un uomo quando decide di comportarsi in questo modo? C’è differenza tra l’aguzzino di Tiziana e gli stupratori della ragazzina di 16 anni in Calabria? C’è differenza tra loro e tutti quelli che hanno ucciso compagne, fidanzate, mogli, amanti?

A prescindere da i casi specifici, una cosa è certa: la crudeltà del singolo ha effetto quando agisce in un contesto omertoso. Parliamo di omertà nella triste storia di Melito Porto Salvo, con i genitori e la cittadina tutta che sapevano ma che hanno taciuto. Possiamo definire complicità quella dei cavernicoli che hanno guardato, commentato e condiviso il video della povera Tiziana, ma i famigerati controllori di Facebook, quelli che etichettano questo o quel contenuto adatto agli standard della comunità, dov’erano? E gli utenti che sono incappati nella pagina Facebook dedicata ai video di Tiziana cos’hanno fatto? In quanti l’hanno segnalato?

Il problema, allora, non è reale o virtuale. Il problema siamo noi, dai cavernicoli, agli indifferenti, a chi non è intervenuto in maniera tempestiva – forse perché troppo impegnato a bloccare i profili Facebook degli attivisti LGBT.

In effetti, una piccola nota a margine va fatta: quando nel 2014 furono hackerati foto e video hard di personaggi famosi, tempo 24 ore e ogni immagine sparì, con una bella querela pronta per tutti quei siti che avrebbero continuato a pubblicare le suddette foto e i suddetti video.

Certo, sul web ogni cosa lascia una traccia, ed è quasi impossibile controllare tutto. Ma se ti chiami Jennifer Lawrence o Scarlett Johansson i signori Google, Facebook, Yahoo e YouTube si mettono subito sugli attenti, se ti chiami Tiziana e vieni dalla provincia di Caserta, di lavoro fai la barista, allora puoi essere derisa, linciata, distrutta a tal punto da non farcela più.

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2 commenti

  1. Questa ragazza è stata uccisa dalla sessuofobia che ti spinge a disprezzare ciò che da un lato ti attrae. Questa ragazza non ha fatto nulla di male, chi l’ha offesa, chi l’ha denigrata per le sue scelte, chi l’ha fatta vergognare di qualcosa che vergognoso non è, chi ha diffuso quel video senza il suo consenso ce l’ha sulla coscienza. L’hanno lapidata con le parole anzichè coi sassi ma la mentalità è la medesima di chi lapida le “adultere”. aveva il diritto di scopare con chi voleva, di farsi i video che voleva, di dire ciò che voleva. Mentre nessuno aveva il diritto di schernirla, diffondere i video, farne parodie e paginate di articoli o offenderla.
    oggi è uscita la notizia che secondo la madre di tiziana lei sarebbe stata “plagiata” dall’ex che la induceva a fare quei video poichè godeva a vederla con altri, non so se sia vero o se non si tratti di una situazione di scambismo assolutamente legittima ma in ogni caso chi l’ha offesa l’ha offesa in quanto donna che fa sesso liberamente e lo dichiara, a un uomo anche adultero non sarebbe mai successo, questa è la questione

  2. Molto bello l’articolo, fa riflettere, e tutto il giorno che ci penso e mi viene la nausea a pensare che un uomo vittima della stessa cosa non si sarebbe ucciso perché nessuno lo avrebbe insultato anzi qualcuno lo avrebbe visto come figo, non ho figli ma ho cercato di immaginarmi madre di una ragazza magari adolescente vittima della stessa cosa, ho pensato a come avrei reagito e mi è salita l’ansia perché la prima cosa che ho pensato erano gli insulti e i giudizi degli altri anche di chi non è cavernicolo ma giudica e comunque pensa che se l’e cercata che se non avesse fatto il video non sarebbe successo, ho pensato a come avrei potuto proteggerla perché è sempre la donna ad essere messa alla gogna e lo vedo anche dalle madri di figlie femmine per adolescenti che conosco, sono terrorizzate da quello che può fare la figlia, dai social, hanno paura, l’altro giorno ho sentito una collega madre di una dodicenne dire alla collega madre di un maschio della stessa età che la invidia perché ha un maschio come dire che lei non deve preoccuparsi ,discorsi che dovrebbero riguardare il passato e invece sono sempre più presenti, stiamo regredendo e le donne mi sembra che ancora pagano più di tutti perché Tiziana e’ morta perché le piaceva fare sesso, perché una donna si deve ancora vergognare se fa sesso, e’ sempre o santa o puttana e lo dimostra anche il fatto che ancora ora che è morta continuano a scrivere che però se ha pubblicato il video doveva aspettarselo e continuano a giudicarla, scusate il commento lungo magari banale ma queste cose mi fanno davvero stalre male anche perché un pochino ci son passata anche io anche se non ho fatto video.

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