USA. Giudice federale blocca la legge di Trump che vieta alle persone trans di entrare nell’esercito

Un'altra sconfitta per il presidente Trump: la legge che impedisce alle persone trans di servire nell'esercito è stata rigettata dall'ennesimo Tribunale

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Un giudice federale ha bloccato la legge, voluta dal presidente Trump, che impediva alle persone trans di entrare nell’esercito. A luglio del 2017 Trump aveva annunciato, via Twitter,  che i soldati transgender sarebbero stati espulsi dall’esercito «a qualsiasi titolo». Dopo i numerosi ricorsi in tribunale, nel marzo di quest’anno era stata annunciata una versione rivista della legge.

Secondo la nuova versione, il servizio militare sarebbe stato vietato alle persone transgender «con una storia o una diagnosi di disforia di genere» e a quelle che richiedono farmaci, interventi chirurgici o altro trattamento, «salvo in determinate circostanze limitate».

Le associazionoi LGBT, Lambda Legal e OutServe-SLDN, hanno fatto causa per conto di nove querelanti transgender. E così venerdì 12 aprile, il giudice della Corte Distrettuale degli Stati Uniti, Marsha Pechman, ha dichiarato che le linee guida aggiornate non sono molto diverse da quelle precedenti e ha negato la richiesta del Dipartimento di Giustizia di chiudere il caso e non andare a processo.

Una battaglia di civiltà che si consuma da un anno e che non è ancora finita

«Chiedere alle persone transgender di servire nel loro “sesso biologico” non rappresenta in alcun modo un servizio “aperto” e non può ragionevolmente essere considerato un’eccezione al divieto», ha scritto Pechman. «Piuttosto, costringerebbe le persone transgender a sopprimere la caratteristica stessa che li definisce come transgender».

La Pechman ha aggiunto che, poiché le persone transgender hanno a lungo sofferto di discriminazione «estranea alla loro capacità di svolgere e contribuire alla società», dovrebbero essere considerate un gruppo protetto. Il governo deve, quindi, dimostrare che la nuova legge «è stata sinceramente motivata da interessi convincenti, piuttosto che da pregiudizi o stereotipi».

Ma questo non significa che la battaglia sia finita. Il caso passa ora al processo, dove sarà discussa la costituzionalità del divieto.

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